27 giugno 2019

Veneto

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20.10.2017

«È la corte a dirlo
Il referendum può
cambiare Roma»

Il costituzionalista padovano Mario Bertolissi
Il costituzionalista padovano Mario Bertolissi

PADOVA. Ha difeso la Regione in tutte e tre le battaglie davanti alla Corte costituzionale per l’autonomia, nelle diverse stagioni politiche venete. E oggi il prof. Mario Bertolissi, costituzionalista padovano, non ha dubbi: c’è un’occasione storica per i veneti.

 

Già nel ’92 la Regione chiese di poter avere un’autonomia speciale, e la Lega era minoritaria rispetto ai vecchi partiti. Dove ha le radici questa battaglia?

Le radici stanno nelle differenze che esistono, e che sono ai confini della regione stessa, riferibili al Friuli V. G. e Trentino Alto A. Perché al di là di tutti i discorsi volti a caratterizzare una formazione politica rispetto a un’altra, ci sono dati oggettivi che esistono da sempre. Il tutto si è acuito con la crisi.

 

È la differenza con Trento e Trieste a fare la questione veneta?

Se si guarda alla spesa pubblica regionalizzata, conteggiando quello che viene speso da tutte le pubbliche amministrazioni, si vedono differenze enormi tra quello che viene speso in Veneto per ogni cittadino rispetto a loro. E cito dati della Ragioneria dello Stato, così evitiamo dubbi. L’ultima indagine è del 2016: la spesa per cittadino in Alto Adige è di 8964 euro, in Trentino è 7638, in Friuli 5203 e in Veneto solo 2741 euro.

 

Cioè metà del Friuli, addirittura un terzo delle altre.

Esatto: la differenza non è di 10 o 20 euro. E se si moltiplica per tutti, e anno dopo anno, sono cifre sbalorditive. Si capisce bene che qui non c’entra la Lega o altri partiti: queste differenze erano state poste da sempre, perché identificavano un problema oggettivo che incide sulle condizioni di vita dei cittadini, sulla competitività del sistema economico e così via. Questo è il dato da cui si deve partire.

 

Lo stesso Trentino si è dichiarato a favore del voto veneto.

Le dico di più: mentre qui si scannano tra i partiti, pochi giorni fa su Rai3 un sindaco trentino ha sottolineato che i Comuni trentini hanno avuto negli ultimi anni un taglio di spesa par al 2,7%, e invece i sindaci veneti hanno subito un taglio del 27%: dieci volte tanto. E il giorno dopo il governatore pugliese Michele Emiliano ha stupito tutti affermando alla Rai: “Io la penso come Maroni: fanno bene, perché anche la Lombardia a Roma non conta nulla”.

 

Ci sono leader nazionali che vedono l’inizio di un’ondata di referendum in altre regioni.

Guardi, queste cose lasciano il tempo che trovano. Stiamo con i piedi per terra e guardiamo i dati. Paolo Pagliaro su La7 ha misurato non il residuo fiscale, ma quello attivo e passivo dei Comuni lombardi, veneti e siciliani. Al primo posto ci sono i veneti, con una quota insignificante di residuo attivo e passivo perché amministrano bene. C’è buona amministrazione, ma anche discriminazione finanziaria: ecco il filo rosso che unisce di fatto le istanze per l’autonomia veneta.

 

Ed è una storia che appunto parte da 25 anni fa.

Io ho seguito tutte queste cause davanti alla Corte costituzionale: 1992, 2000 e 2015. E se la Regione Veneto non avesse sgombrato il campo ottenendo dalla Corte costituzionale il via libera, non si sarebbe mosso nessuno. Gli altri hanno solo da tacere: sono venuti tutti a rimorchio.

 

Ma perché la sentenza dell’Alta Corte che approva il referendum è fondamentale?

Perché se si va a leggere le tre diverse sentenze ci si accorge, contrariamente a quanto ritengono tanti sapientoni che parlano tanto ma non studiano, di quale apertura di credito verso il Veneto abbia fatto la Corte nel 2015. Nelle sentenze precedenti aveva ritenuto addirittura che il referendum consultivo, che è atto di indirizzo politico, con il responso del corpo elettorale di una regione come il Veneto avrebbe condizionato pesantemente il Parlamento nelle decisioni.

 

Tradotto: il referendum pesa, e molto.

Certo, e chi va a dire che non conta niente è solo un disinformato e un ignorante e dovrebbe studiarsi i documenti. Perché queste cose non le ho dette io, le ha dette la Corte costituzionale.

 

Però il Governo aveva detto alla Regione: “Va bene, venite qui e trattiamo”. E la Regione ha detto “No, prima faccio il referendum”.

No guardi, non è stato assolutamente così. Prima di tutto, non solo il Veneto ma anche altre Regioni, compresa la Toscana, si erano fatte avanti per chiedere di attivare i meccanismi previsti dalla Costituzione. Il Governo non ha neanche risposto: questo è il fatto. La controprova viene dal fatto che adesso l’Emilia Romagna è stata spinta a muoversi, ma la domanda è: perché non l’ha fatto prima?

 

Quindi tutto deriva dalla mossa del voto veneto?

È l’elementare successione degli eventi a parlare. A Bologna si sono mossi dopo il Veneto. “Si poteva fare”, dicono: certo, ma me lo vieni a dire tu che sei partito dopo di me, e quando ho già dato il via al referendum? Resto allibito dalla pochezza di questi argomenti.

 

La vicenda però si intreccia con quella catalana: e c’è chi dice “non voto, perché poi ci portano a chiedere l’indipendenza”.

La risposta è semplice: la sentenza del 2015 della Corte costituzionale che ha ammesso questo referendum ha anche bocciato il referendum per l’indipendenza. Ci muoviamo nella più limpida legalità costituzionale. Siamo agli antipodi da Barcellona.

 

Altre obiezioni: “È solo questione di soldi e di egoismo veneto”.

Ulteriore sciocchezza: l’ho già detto, uno che becca 2700 euro di spesa pubblica contro la media nazionale di 3500, ed è a contatto con Regioni speciali, come può essere accusato di egoismo? Il problema è reale, e lo scrisse nel 2008 il governatore della Banca d’Italia: “Stiamo assistendo a trasferimenti imponenti di risorse da nord al sud”. Chi è diligente, spende meno, e prende meno degli altri, ha il diritto di chiedere di ridefinire il quadro.

 

Cioè si può prevedere che il referendum apra a un nuovo quadro di organizzazione nazionale?

Se la Repubblica fosse sensibile alle cose serie, approfitterebbe di questo passo per mettere ordine. Perché il nostro Paese è basato sulla discriminazione: il criterio della famosa “spesa storica” premiava le amministrazioni che dissipavano, e puniva chi tirava la cinghia. Un suicidio. E a pagare è chi ha meno mezzi: a quelli che stanno bene non interessa che, per le poche risorse spese qui, ci sia un calo di servizi, di viabilità, di asili nido, di ospedali.

 

Per questo dice “ci suicidiamo” a non votare?

Certo, non si discute. Se il problema è “riparametriamo un po’ le cose” rispetto a una situazione di dati certificata dalla Ragioneria di Stato, e lei dice “no” a migliori servizi, mi pare come dire. “Mi sparo per fare dispetto a qualcuno”.

 

Salvini ha detto: «Quando sarò premier riceverò Zaia e Maroni, mi chiederanno 100 e io gli dirò ’facciamo 40’». Chiunque entra nell’ottica di sedersi a Roma, comincia a vedere l’autonomia come un problema?

La risposta di Salvini la dice lunga: il problema non è tra partiti ma tra Regioni che sono attive, propositive, e altre che sono aiutate da sempre. Salvini a Roma sarà portatore di interessi riferibili ai suoi elettori anche di centro e sud, è ovvio. 

Piero Erle
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