10 aprile 2020

Spettacoli

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03.02.2020

Una risata ci risanerà Magnagati e salute che antidepressivo!

Risate con “Sanitari” al San Marco FOTOSERVIZIO COLORFOTO ARTIGIANAFerruccio Cavallin, Pierandrea Barbujani e Roberto Meneguzzo: un’Anonima Magnagati in gran forma
Risate con “Sanitari” al San Marco FOTOSERVIZIO COLORFOTO ARTIGIANAFerruccio Cavallin, Pierandrea Barbujani e Roberto Meneguzzo: un’Anonima Magnagati in gran forma

Antonio Stefani VICENZA Trattandosi di un cabaret sulla salute, la battuta è scontata ma inevitabile: l’Anonima si conferma un antidepressivo d’indiscutibile efficacia. E se ciò vale per il pubblico, pure gli stessi Magnagati devono aver scoperto qualche formula antiossidante, dato che la loro premiata ditta di risate Made in Vicenza è in attività da ben quarantasette anni. Passati attraverso epoche, società e formazioni diverse, ivi comprese quelle con gl’indimenticabili Bobo Morello e Toni Vedù, adesso Pierandrea Barbujani, Ferruccio Cavallin e Roberto Meneguzzo mostrano come sia possibile applicare all’arte dello spettacolo gli attualissimi criteri dell’Economia Circolare, cioè quelle prescrizioni che invitano a riciclare i materiali con opportuni accorgimenti e intelligenti innovazioni, fino a farli diventare qualcos’altro che funziona. Così accade in “Sanitari”, show che prende le mosse da un copione in repertorio anni orsono, ossia “Quattro salti in barella”, ne mantiene alcune parti, altre ne recupera da episodi precedenti, e ne aggiorna i contenuti con inserimenti dell’ultima ora. Perciò, già il fatto di comparire in ribalta col volto coperto da una mascherina rimanda, pur senza calcar la mano sulla magagna globale dell’influenza cinese, all’aria inquinata che ci dobbiamo sorbire in Pianura Padana, così come l’inedito motivetto in salsa caraibica che fa “Mudanda su, mudanda zó” ironizza sull’attuale scenario politico italiano, diatribe fra Salvini e Sardine comprese. Ma, com’è nella tradizione dell’Anonima, sono le noterelle di costume il piatto ricco da gustare e, se si parla di sanità, ecco qua i sostenitori della medicina fai-da-te alle prese con Google che non sa cosa risponderti se gli chiedi una ricerca sui rimedi per un disturbo che si chiama “cagoto”; ecco le tecniche della chirurgia plastica tendenti non solo all’estetica ma anche al rifare le verginità; ecco le promesse delle varie diete (ovvero quei regimi alimentari dove “mangi la metà spendendo il doppio”) che riducono gli affamati a sognarsi un vaso di nutella “formato betoniera”, o un vagone di polenta e bacalà. E poi le nuove pratiche favoriscono anche la nascita di originali professioni, vedi quella del donatore seriale di seme (al quale, però, non dispiacerebbe un “prelievo assistito” da parte di un’infermiera), mentre i tagli agli organici inducono all’ingegnosa fondazione di reparti ospedalieri come quello di Variologia, dove si cura un po’ di tutto ma con una spiccata propensione al risparmio. E, a proposito di contagi, non si creda che il sesso virtuale metta al riparo dalle infezioni veneree: attenzione a certe promesse di “banda larga”, e occhio ai rischi dell’a(i)dsl. Meglio sarebbe, invece, riscoprire i pregi dell’amore romantico e poetico di cui fu campione quel personaggio col naso lungo che si chiamava Cyrano, da non confondere però con Pinocchio. In mezzo a tutto questo, rispuntano dei classici assoluti come lo sketch dello Spermatozoo Veneto Demotivato, o canzoni storiche come la tenerissima “Amore, m… e çenere” e l’incalzante “Sfighin’ Blues”, che qui rinasce in una torrida versione elettrica grazie alla sapienza del trio musicale sul palco assieme ai Magnagati, formato da Silvia Carta alle tastiere, Alcide Ronzani alla chitarra e Giuliano Pastore alla batteria. Al tirar delle somme, va riconosciuto che la verve dell’Anonima resta una garanzia di spasso: se Uccio è ancora il brioso “narrattore” che introduce i vari scenari e Batu il sornione commentatore, ambedue fungono da spalla alle stralunate incursioni del Barbu, comico naturale già nel portamento, nella mimica, nel saper restituire gli intercalari tipici dell’indigeno nostrano, sbalordito e impertinente verso ogni modernità: basta osservarlo, stavolta, nella fulminea galleria di faccette che inventa per riprodurre gli “emoticon” di cui è pieno ogni messaggio che ci viene rovesciato online. L’altra sera al San Marco, nell’atteso ritorno in città, sala da tutto esaurito e successo pieno. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Antonio Stefani
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