21 settembre 2020

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17.02.2020 Tags: Teatro

Mistero Buffo sopravvive a Fo La giullarata funziona ancora

Lunghi applausi a Pirovano al termine delle 3 ore di “Mistero Buffo”La somiglianza di Pirovano con Fo non lo fa mai cadere in tentazione di imitare il maestro FOTO EXPRESS
Lunghi applausi a Pirovano al termine delle 3 ore di “Mistero Buffo”La somiglianza di Pirovano con Fo non lo fa mai cadere in tentazione di imitare il maestro FOTO EXPRESS

Lino Zonin LONIGO Il rischio che si corre portando sulla scena il “Mistero buffo” di Dario Fo è quello di scivolare nella semplice imitazione, di ricalcare, in forma per forza di cose insufficiente, la bravura dell’attore che questa straordinaria giullarata l’ha scritta e divulgata in tutto il mondo. D’altra parte, però, è giusto che un capolavoro non muoia con il suo creatore e che qualcuno si impegni a tenere vivo il ricordo dell’opera, tentando per quanto possibile di far rifiorire le emozioni trasmesse dall’originale. Un impegno che Mario Pirovano ha ricevuto direttamente dal premio Nobel di Luino e che sta valorosamente onorando, come hanno potuto constatare gli spettatori che sabato sera lo hanno visto all’opera al teatro Comunale di Lonigo. Amico personale di Dario Fo e Franca Rame, per quarant’anni loro stretto collaboratore, Mario Pirovano porta in scena un testo che ha visto rappresentato per centinaia di volte dal suo autore e nel quale si immedesima con genuina passione. Nonostante la notevole somiglianza fisica, Pirovano ha cura di non scimmiottare Dario Fo, ricalcandone la modalità espressiva ma mantenendo una cifra stilistica personale. Da solo sul palco completamente spoglio, l’attore fa mostra di sorprendenti capacità affabulatorie presentando con dovizia di dettagli e con aggiunte inedite (alcune delle quali ispirate dall’attualità) il contenuto delle giullarate che si appresta a rappresentare. Il lungo prologo ha la funzione di facilitare l’ascolto della lingua “pavana” usata del buffone medioevale per rievocare e rivisitare alcuni noti episodi biblici. Un misto di termini veneti, lombardi e friulani, con inattesi innesti di derivazione francese e spagnola, che formano un impasto sonoro fantasioso e godibilissimo. Una gestualità esagerata e altamente coreografica, necessaria ai giullari del tempo per farsi intendere da un pubblico incolto e ingenuo, completa la narrazione con un effetto che mantiene intatta la sua forza evocativa e che dimostra una volta di più come la resa teatrale sia essenzialmente connaturata alle qualità dell’interprete. Terminata la relazione introduttiva, Pirovano fa scattare il transfert e diventa letteralmente il guitto capitato in una corte di campagna che rievoca una religiosità primitiva e genuina, non ancora intaccata dalle bramosie del potere temporale della Chiesa. La resurrezione di Lazzaro, ambientata in un “simiteri campusanto” gestito con ottusa avidità da un custode/biscazziere; la descrizione della fame spaventosa dello Zanni, che immagina crapule pantagrueliche per accontentarsi, al risveglio, di mangiare una mosca; la parodia di Bonifacio VIII, un papa che neanche l’apparizione di Jesus riconduce sulla retta via; il primo miracolo di un Gesù bambino cattivissimo e vendicativo: questi gli ingredienti di una narrazione serrata e coinvolgente che si completa con un capitolo poco rappresentato, quello della nascita del giullare, nel quale, con l’invito alla ribellione lanciato ai poveri di ogni tempo, fa capolino la carica eversiva del teatro di Dario Fo. Mario Pirovano tiene la scena con grande abilità per quasi tre ore e si merita tutti i fragorosi applausi che gli vengono tributati dalla platea del Comunale. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Lino Zonin
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