17 febbraio 2020

Spettacoli

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27.01.2020

Lo “scandalo” di un perdono oltre la logica buia del rancore

Una scena dello spettacolo “Settanta volte sette”. FOTO FESTIVAL BIBLICO
Una scena dello spettacolo “Settanta volte sette”. FOTO FESTIVAL BIBLICO

Gianmaria Pitton VICENZA Sono diversi i temi che s’intrecciano, come tanti fili, in “Settanta volte sette”, lo spettacolo della compagnia romana Controcanto Collettivo che sabato nell’abbazia di Sant’Agostino ha inaugurato il Festival biblico 2020 - concepito come una stagione culturale, ha precisato il direttore Roberta Rocelli, che durerà fino a giugno. Uno di questi temi è l’ascolto: quando Gabriele dice che parlerà al fratello Luca, con cui ha un rapporto complicato, la compagna Paola gli ribatte che forse è meglio che lo ascolti, più che parlargli. Sempre Gabriele, più avanti, in una delle scene più genuine e contemporanee di uno spettacolo già calato in maniera fortissima nel presente, ascolta sì, il fratello Luca, ma attraverso i messaggi vocali che si ritrova nel cellulare. Ed è tardi, perché Luca è stato ammazzato da Christian, un coetaneo che neanche conosceva, per motivi mai resi espliciti ma che si intuiscono futili. Nel finale Christian, davanti alla richiesta di Luca di incontrarlo in prigione, tentenna: «Ma che gli dico?». «Ascoltalo», gli consiglia la sorella Ilaria, che quell’incontro ha propiziato insieme a Paola. Sono state loro, le donne, a trovare la forza di andare oltre il dolore per dargli un senso. Gli uomini non ci riescono, il gesto violento di Christian ha scavato un vuoto che non si può colmare, che non vogliono colmare. Anche i compagni di cella di Christian non sono in grado di vedere più in là, per loro l’unica possibilità di contatto con la realtà oltre le sbarre passa per il tribunale e gli avvocati. Invece uno spiraglio si apre, e se la logica umana vuole che l’assassino paghi per la sua colpa, un’altra logica - sacra? - ammette anche una via diversa, che potrebbe sfociare nello “scandalo” del perdono. L’argomento affrontato da Controcanto Collettivo (che ha nel nome il metodo di lavoro) è enorme, complesso, urticante. Il modo con cui lo trattano non lascia tutti soddisfatti, però tocca nel profondo. A partire dal linguaggio crudo, un po’ straniante visto il contesto. Ma è ampiamente giustificato. Clara Sancricca, la regista, lavora per sottrazione, lascia che i contorni della vicenda emergano dai dialoghi anziché raccontarli in maniera didascalica. Gli interpreti si lasciano abitare dai sentimenti (rancore, paura, dolore, rassegnazione, speranza) rendendoli con molta efficacia nei gesti e nelle espressioni, oltre alle parole. La parola, appunto, il logos, tema del Festival biblico 2020, che qui ha trovato un battesimo adeguato. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Gianmaria Pitton
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