11 agosto 2020

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09.02.2020 Tags: Teatro

Il mio ESODO raccontato con il cuore del poeta e gli occhi dello storico

Il “cantattore” romano Simone Cristicchi sarà sul palco della Sala Grande del Teatro comunale città di Vicenza martedì sera con “Esodo”Cristicchi ricorda Norma Cossetto, violentata e trucidata dai partigiani
Il “cantattore” romano Simone Cristicchi sarà sul palco della Sala Grande del Teatro comunale città di Vicenza martedì sera con “Esodo”Cristicchi ricorda Norma Cossetto, violentata e trucidata dai partigiani

«Smettiamola di soffiare sulle braci dell’ideologia. A settant’anni di distanza dobbiamo leggere le vicende del confine orientale con gli occhi dello storico». Con gli occhi dello storico e il cuore del poeta, perché Simone Cristicchi non nasconde di emozionarsi profondamente ogni volta che raggiunge Trieste e ascolta i racconti degli ultimi esuli giuliano-dalmati. «Racconti che sanno di casa – dice -, di sofferenza e speranza e che dopo i decenni dell’indifferenza questi nostri nonni hanno voluto affidarci». Storie di prima mano, corroborate dalla collaborazione con studiosi universitari, che sono confluite in “Esodo – Racconto per voce, parole e immagini” che il 43enne cantautore romano porterà martedì al Comunale per la stagione di prosa. Li porterà a ridosso del Giorno del Ricordo che commemora l’Esodo giuliano-dalmata. In Sala Maggiore, anziché al ridotto come inizialmente previsto, visto il successo che l’appuntamento ha riscosso tra i vicentini. Vive a Roma e non ha legami familiari con la Venezia Giulia: da dove deriva l’interesse per Istria e Dalmazia? «Lo ammetto: deriva da un’ignoranza iniziale che, oggi, considero grave. Nel 2012 ero a Trieste e stavo svolgendo delle ricerche per un lavoro sulla seconda guerra mondiale. A un certo punto una giornalista mi chiede di accompagnarla in un luogo speciale». E che successe? «Era il Magazzino 18. Solo a stare fermo e osservare, ho sentito la potenza delle storie che racchiudeva. E mi sono commosso». E poi? «E poi ho promesso al mio amico Piero, un simpatico novantenne triestino, che ne avrei ricavato una canzone. “Altro che canzone – mi ha risposto nel dialetto che ormai mi è familiare -te vol un spetacolo”. Ed è nato “Magazzino 18”». Sull’Esodo e sulle foibe, e più in generale sulle vicende degli italiani d’Istria e Dalmazia, per decenni è calato il silenzio. Lei si è commosso a sentire le storie, ma ancora oggi il tema divide, tra ricordo e negazione. Si è chiesto perché? «Molte volte, perché di fronte all’umanità delle vicende che ho avuto la fortuna di raccogliere, come di fronte a tutte le vicende segnate dal dolore, non si può restare indifferenti. Il bello, anzi il brutto, è che la mia storia non è “militante” e se io, al solo ascolto, mi sono commosso, perché ci sono ancora resistenze o, peggio, negazioni? In fondo, a chi è stato suo malgrado protagonista dell’esodo giuliano-dalmata, interessa solo essere riconosciuto per ciò che è: un essere umano che ha sofferto senza colpa». Qualche anno fa, nel Vicentino, un suo spettacolo è stato accolto da grande successo e dalla distribuzione di volantini da parte di uno sparuto gruppetto che la criticava. Le capita ancora? «Sempre meno, segno che l’ideologia sta pian piano cedendo il posto alla consapevolezza e alla vicinanza. Qualche contestazione, più o meno bonaria, però c’è ancora. E c’è anche una cosa della quale non riesco a capacitarmi…». Che cosa? «Chi contesta, di regola, lo spettacolo non l’ha neppure visto. Allora, non ho nulla in contrario rispetto alle critiche, ci mancherebbe. Però, che la critica sia formulata a prescindere, questo no, non mi va». Ha voglia di contestare i contestatori? «Più che contestare, li inviterei a teatro. Poi dicano ciò che preferiscono». Dopo che lei ha aperto la strada al ricordo, però, ci sarà stato anche qualcuno che le ha affidato qualche storia dimenticata. È accaduto? «È accaduto e continua ad accadere, specie se sono nel Triveneto. Ricordo in particolare un’anziana donna istriana, pochi anni fa, a Trieste. Mi ha riconosciuto, mi ha chiesto la disponibilità ad ascoltarla e mi ha raccontato la sua storia». E dopo vi siete salutati? «Mi ha salutato con una frase che non dimenticherò: “Adesso sono felice, perché ho consegnato i miei ricordi a qualcuno che li saprà rispettare”. E se n’è andata. È stata come un’apparizione, quasi di sogno». Martedì è atteso a Vicenza, che cosa vorrebbe lasciare al pubblico del Comunale? «Innanzitutto sono felice, perché lo spettacolo è approdato in Sala Maggiore, e questo è un bel segnale di interesse. Poi, vorrei trasmettere alla platea le stesse emozioni che queste vicende cariche di umanità mi generano. Le conosco, le racconto ma ogni volta, magicamente, è come se fosse la prima». •

Lorenzo Parolin
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