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25.02.2013

Il bianco e il nero. Bellezza assoluta nel codice Chanel

Milena Vukotic in “C come Chanel” a Lonigo. FOTO ENNIO STERCHELE
Milena Vukotic in “C come Chanel” a Lonigo. FOTO ENNIO STERCHELE

Lino Zonin
LONIGO
"Il nero contiene tutto, anche il bianco. Insieme, nero e bianco sono di una bellezza assoluta, sono l'accordo perfetto". Così parlò Coco Chanel all'inizio della sua straordinaria carriera di stilista, sovvertendo con una sobrietà quasi monacale i canoni di una moda che in quegli anni, in piena Belle Epoque, imponeva ancora strascichi alle gonne e piume di struzzo nei cappelli.
Lo stile rigoroso e innovativo, unito a un'indole indipendente e ribelle, hanno fatto di questa donna una specie di mito, non solo del campo della moda ma anche in quello della cultura e del costume. Di lei si sono occupati di frequente il cinema e la televisione; la lacuna teatrale è stata colmata da Valeria Moretti, autrice del testo "C come Chanel" che è stato presentato sabato sera al Comunale di Lonigo per la regia di Roberto Piana e l'interpretazione di Milena Vukotic e David Sebasti.
In una stanza dell'hotel Ritz di Parigi una Coco Chanel ormai avanti con gli anni sta trascorrendo nervosa un noioso pomeriggio festivo. "Odio la domenica - brontola - Sono sicura che morirò di domenica". La suite è spaziosa, un lungo divano bianco staziona in un angolo e un grande specchio dai contorni neri si staglia minaccioso sullo sfondo.
Per chi si occupa di moda lo specchio è un indispensabile strumento di lavoro ma, per una donna non più giovane, può diventare un fastidioso testimone. Lei infatti ci gira attorno sospettosa e, guardandolo con odio mormora tra sé un arguto aforisma: "Gli specchi dovrebbero pensarci prima di rifletterci". L'unico compagno con il quale scambiare due parole è un manichino, amico complice e silenzioso, il solo che possa sopportare il carattere focoso e gli sfoghi d'ira della stilista. Ma la solitudine si fa troppo pesante e allora Coco chiama al telefono il fedele maggiordomo, licenziato dopo l'ultima sfuriata ma ancora pronto a correre in soccorso della padrona. Il suo arrivo apre la chiusa all'onda dei ricordi e la camera del Ritz diventa lo scenario dentro il quale si srotola il nastro di tutta una vita. Coco, che allora si chiamava Gabrielle, è cresciuta in un orfanatrofio dove il padre, girovago e instabile, l'ha abbandonata da bambina. Gli abiti delle monache le resteranno per sempre impressi nella mente e ispireranno lo stile lineare e i colori di base delle sue più fortunate collezioni.
L'educazione rigida le forgia il carattere e, appena poco più che ragazzina, Gabrielle comincia a farsi valere, prima diventando amante ("In verità, mantenuta" confesserà più tardi) di un imprenditore tessile e poi spiccando il volo verso Parigi dove entra presto in contatto con gli artisti che in quegli anni agitano la vita culturale nelle Ville Lumière: Paul Morand, Pablo Picasso (rigorosamente pronunciato Picassò), Max Jacob, Igor Stravinsky, tutti frequentatori del salotto di Misia Sert, musa degli intellettuali e grande amica di Coco. Lei, la stilista, si fa strada con il suo estro innovativo, sovverte le tendenze, semplifica, inventa. Disegna anche abiti per il teatro e per l'amico Jean Cocteau che sta per mettere in scena Antigone: "Non potevo sopportare che le figlie di Edipo si vestissero male". Poi la seconda guerra mondiale, l'accusa - ingiusta, assicura lei - di aver collaborato con i tedeschi, l'esilio volontario in Svizzera, il ritorno a Parigi e ora, giunta quasi alla fine, questa resa dei conti sincera e impietosa.
Milena Vukotic entra con grazia, quasi in punta di piedi, nello spirito della sua eroina e ne riflette bene il carattere e il temperamento. I rari attimi di riflessione malinconica si sovrappongono agli sfoghi vivaci nei quali brilla il fuoco dei primi anni, in un alternarsi di emozioni che rende appassionata la recita. David Sebasti, nel ruolo del maggiordomo e di altri uomini che hanno incrociato la vita di Coco, è un partner discreto e affidabile. La regia di Roberto Piana, giocata su rapidi flashback, oniriche trasparenze e colorati cambi di ambientazione, si adatta con gusto agli sbalzi d'umore della protagonista.
Lunghi applausi, alla fine, dal pubblico del Comunale leoniceno.

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