17 febbraio 2020

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13.02.2020

Esodo di Cristicchi è misericordia lontana da retorica e bandiere

Simone Cristicchi in due potenti immagini durante Esodo, narrazione della tragedia degli italiani giuliani e dalmati costretti all’esilio nel dopoguerra o perseguitati dai partigiani titini FOTOSERVIZIO FRANCESCO DALLA POZZA Cristicchi: al TcVi salutato da un’ovazione di commossa riconoscenza
Simone Cristicchi in due potenti immagini durante Esodo, narrazione della tragedia degli italiani giuliani e dalmati costretti all’esilio nel dopoguerra o perseguitati dai partigiani titini FOTOSERVIZIO FRANCESCO DALLA POZZA Cristicchi: al TcVi salutato da un’ovazione di commossa riconoscenza

Antonio Stefani VICENZA Bastano pochi passi per andare dal Teatro Comunale, dove l’altra sera Simone Cristicchi presentava il suo “Esodo”, fino all’antico convento di Santa Maria Nova, dove nel febbraio del 1947 trovarono rifugio gli esuli istriani, dalmati e fiumani destinati a Vicenza. Sbarcati a Venezia dalla nave Toscana, in città ne arrivarono un migliaio, per finire sistemati proprio in quelle aule dell’ex Collegio Cordellina: secondo le testimonianze di chi c’era, in un’unica classe stavano stipate anche otto famiglie, quattro da un lato e quattro dall’altro, divise da un corridoietto in mezzo e, tra esse, da qualche telo o coperta a mo’ di separé. I primi alloggi “veri” li avrebbero visti alla fine del 1955, quando venne ultimato il Villaggio Giuliano a Campedello. Erano italiani che non avevano più nulla, ma con i quali l’amata “madre patria” si dimostrò fredda matrigna, accogliendoli non proprio a braccia aperte. Confinati nei vari Centri Raccolta Profughi, venivano considerati come una delle troppe vergogne d’una guerra persa, e non per ciò che in effetti erano, ossia vittime del peggio del peggio della Storia novecentesca. Nelle terre dove vivevano, prima il tallone fascista e dei camerati nazisti aveva provveduto a fomentare per bene il risentimento slavo; poi, mentre i vincitori si giravano dall’altra parte, il comunismo di Tito e dei suoi scherani in armi provvide a mettere in atto una vera e propria “pulizia etnica” tradottasi negli orrori dell’occupazione di Trieste, delle foibe, delle requisizioni, della cacciata in massa di quegli indesiderati. Mentre qua, dall’altra parte dell’Adriatico, i nostri governanti sceglievano il silenzio, giusto per non turbare Togliatti e compagni. Un silenzio colpevolmente durato per decenni. Un silenzio al quale oggi, invece, converrebbe si dedicassero i portabandiera del negazionismo, del giustificazionismo, gli inutili nostalgici della camicia nera o della stella rossa. Sì: è meglio che a parlare siano gli studiosi senza paraocchi, così come coloro che vissero sulla propria pelle quella tragedia collettiva, o i loro eredi. E c’è bisogno che lo facciano artisti liberi e misericordiosi come Cristicchi. Il quale, già qualche anno fa aveva provveduto ad allestire un inaspettato lavoro scenico su questa ferita nazionale intitolandolo “Magazzino 18”, col nome cioè dello stabile triestino dove ancora adesso restano accatastate le masserizie d’una diaspora tanto più atroce se si pensa che avvenne in tempo di pace. Le polemiche, va da sé, non mancarono. E adesso, per fortuna a grande richiesta, “Esodo” riprende il medesimo tema in forma di recital, pur conservandone i contributi filmati e fotografici, le canzoni delicatamente struggenti, l’intima pietà. Lontano da qualsivoglia retorica, netto nelle sue denunce quanto documentato nella narrazione dei fatti, Cristicchi ricostruisce passo dopo passo le crude “vicende del confine orientale”, una dolorosa sequenza in cui entrano nomi e cognomi di carnefici e vittime, indecenze e convenienze politiche, in cui riaffiorano episodi come il martirio di Norma Cossetto, la strage sulla spiaggia di Vergarolla, l’ostilità subita da quel convoglio di esuli alla stazione di Bologna e altri capitoli d’una via crucis (in)civile difficile da accettare e sulla quale ancora purtroppo ci si schiera, e ancora non si lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Esemplare nella sua sensibile asciuttezza, Simone Cristicchi non ha bisogno di calcare sui toni per sottolineare tutta la drammaticità di quell’epopea, cita i misfatti dei potenti e delle soldataglie ma non è quello che gli preme: il suo è un appello a fare memoria del volto sradicato di una bimba, delle parole di un’anziana, delle immagini ingiallite di padri e madri e figli incolpevoli, perché ogni traccia di dignità individuale assuma il valore d’un monito universale - ma non generico – per la condivisione e contro l’intolleranza, l’indifferenza, il sopruso dell’uomo sull’uomo. Di suo, come detto, oltre alle parole ci mette il corredo di canzoni alla chitarra tutt’altro che banali, lasciando spazio alla partecipazione della sala quando intona una melodia riconoscibilissima e meravigliosa – “Io che amo solo te” – scritta da Sergio Endrigo, guarda caso nato a Pola e guarda caso autore pure d’un brano intitolato “1947”, le cui note e i cui versi emozionanti riecheggiano poco prima d’un finale accolto dal pubblico del Comunale (strapieno) con una plaudente “standing ovation” pervasa da commossa riconoscenza. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Antonio Stefani
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