11 agosto 2020

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06.02.2020 Tags: Teatro

DRACULA, robe da cinema Ma quello di Rubini è proprio grande teatro

Roberto Salemi e Sergio Rubini nello splendido “Dracula” applaudito al TcVi FOTO ILARIA TONIOLO/COLORFOTO Luigo Lo Cascio e Alice Bertini COLORFOTO - ILARIA TONIOLO
Roberto Salemi e Sergio Rubini nello splendido “Dracula” applaudito al TcVi FOTO ILARIA TONIOLO/COLORFOTO Luigo Lo Cascio e Alice Bertini COLORFOTO - ILARIA TONIOLO

Antonio Stefani VICENZA Ciò che ci spaventa ci attrae, come già sapevano le streghe del Macbeth (“Il bello è brutto e il brutto è bello”). Ma se una cosa spaventosa è pure raccontata bene, allora l’attrazione diventa irresistibile. Questo per dire che la fascinazione incontrastata e perdurante del “Dracula” di Bram Stoker (1897) prima di tutto deriva, al di là d’ogni interpretazione più o meno lecita (vedi il richiamo ai temi del subconscio, che Freud allora stava appena abbozzando), dal fatto che si tratta d’un romanzo capolavoro. Per come è scritto, per come è organizzato nella sua forma diaristico-epistolare, per la dipendenza che crea nel lettore, un capitolo dopo l’altro. Quando l’apprendista avvocato Jonathan Harker arriva nel castello transilvanico del conte Dracula credendo di dover soltanto trattare un affare immobiliare, non sa cosa lo aspetta, e nemmeno noi: scoprirà l’orribile essenza dell’ospite, ma Stoker non ci dice subito se si sarà salvato. Quando una lugubre nave approda in Inghilterra, la tempesta marina che l’accompagna è clamorosa, ma solo più avanti capiremo che dentro alla stiva ci sta il vampiro, così come quale è la causa della consunzione della povera Lucy. Quando poi tutti i “buoni” – Harker, la sua Mina, il dottor Seward, il professor Van Helsing – comprenderanno che il Conte ha preso casa (anzi, cassa) a Londra perché intenzionato a far proseliti succhiasangue nella metropoli, sarà drammaticamente intrigante seguirli nella loro caccia al mostro, in un crescendo di suspence. E infine, quando l’inseguimento si sposterà di nuovo nel selvatico paese di Dracula, ci appassioneremo come se assistessimo a un “film western” (secondo l’ottima definizione di Luigi Lunari). Piaccia o no ai critici, questa è grande arte narrativa. È grande letteratura, e non “di genere”, ma tout-court. E, quanto alle possibilità di ricavarne simbologie, almeno una ce la consente certamente: ovvero il veder piombare, nel cuore dell’Europa più progredita, industriale e tecnologica di quel tempo, uno spezzone d’Europa ancora ancestrale, folclorica; un retaggio di terrore medievale che la razionalità e la scienza potranno contrastare ma non basteranno a debellare, dovendosi per ciò fare ricorso – lo sa bene il prof. Van Helsing, esperto d’ipnosi come Freud ma anche di antichi esorcismi popolari – all’aglio, all’agitar di crocifissi, a quel paletto di legno da conficcare nel cuore dei “non morti” (ossia “nosferatu”) per liberarsi delle loro presenze demoniache. Ora, se il cinema conta centinaia di Dracula più o meno paurosi (compreso quello con Fracchia), anche il teatro ha i suoi bravi diritti: bisogna infatti sapere che Stoker sulla sua creatura gotica elaborò un copione destinato a Henry Irving, il celebre attore del quale era agente e tuttofare, anche se questi non se lo filò per nulla; peccato, perché Stoker l’occhio e l’orecchio per il palcoscenico ce li aveva, dato che esercitava pure il mestiere di cronista teatrale (cattivissimo, a quanto pare). Nell’edizione diretta da Sergio Rubini approdata l’altra sera al Comunale cittadino, il montaggio sequenziale operato dal regista assieme a Carla Cavalluzzi ha uno spiccato passo “cinematografico” nell’inquadrare scene e suggerire scenari, così come nel taglio secco dei dialoghi e nel ricorso al flashback, avanti e indietro rispetto al memoriale di Harker, ma in tutto ciò è proprio il teatro a venire esaltato. Sì, nella sua forza evocativa fatta di “artigianalità”: laddove bastano del fumo, o un vento, un boato, un’eco, delle luci notturne, qualche effetto e oggetto di sano trovarobato, a costruire un’atmosfera “da film” che ha, in più, il pregio del qui e ora. In una messinscena che riesce a cogliere con evidenza i punti di snodo del romanzo, lo stesso Rubini è un intuitivo Van Helsing, Luigi Lo Cascio tratteggia un Harker ben spartito tra orrore e sentimento, Lorenzo Lavia è uno straziante psicotico Renfield, Roberto Salemi un lucido Seward, Alice Bertini un’accorata Mina e Geno Diana è il Dracula che non t’aspetti, vigoroso come un oste slovacco, altro che il pallido nobile alla Christopher Lee. Peccato soltanto che le canoniche due ore abbiano imposto qualche rinuncia, vedi il personaggio di Lucy e dei due giovanotti che l’amano. Il risultato – così come prevedeva Stoker – è quell’immersione fantasiosa nella lotta fra Bene e Male che chiede solo, per funzionare, di stare al gioco: gli spettatori vicentini ci son stati, col fiato sospeso, tributando alla fine applausi fragorosi. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Antonio Stefani
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