06 agosto 2020

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29.01.2020 Tags: Oscar , Dennis Dellai , Los Angeles , Hollywood , cinema , film

"Oscar" goes to Hollywood
Il film di Dellai a Los Angeles

Sulle prime non ci voleva credere. Ma come, a Hollywood vogliono proiettare proprio “Oscar”? E per di più - ironia della vita e del cinema - il giorno prima della notte degli Oscar? Troppo bello per essere vero, si diceva il regista Dennis Dellai. E invece era, anzi, è tutto vero: il “Los Angeles, Italia - Film fashion and art fest”, rassegna d’arte varia italiana, presieduta da Gabriele Salvatores, che va in scena a Hollywood sotto l’egida del ministero degli Esteri, ha chiesto di poter proiettare il film “Oscar” che Dellai, vice caposervizio del Giornale di Vicenza, ha dedicato a una vicenda poco nota della vita del jazzista ebreo Oscar Klein, accaduta nell’Alto vicentino durante la seconda guerra mondiale. L’opera apparirà l’8 febbraio sul grande schermo del Chinese Theatre, sala storica di Hollywood sulla Walk of Fame, a poca distanza dal Dolby Theatre dove il 9 febbraio ci sarà la consegna delle ambitissime statuette.

 

 

Dellai, come avete fatto ad arrivare a Hollywood con “Oscar”?

Lo scorso anno eravamo alla mostra del cinema di Venezia e Paolo Agostini, l’autore delle musiche originali, ha dato un dvd di “Oscar” al giornalista Pascal Vicedomini, che è il promotore di “Los Angeles, Italia”, e lui, qualche settimana fa, ce ne ha chiesto una copia per il suo festival. Ma pensavamo a uno scherzo.

 

E avete rischiato di snobbare l’appuntamento.

Sì, ma quando è apparso il programma ufficiale della rassegna, ci siamo resi conto che era reale. Allora è stata una vera corsa per preparare la copia secondo gli standard statunitensi, dotarla di sottotitoli in inglese e consegnarla. Ce l’abbiamo fatta, anche grazie alla disponibilità del Cineforum di Breganze.

 

Ci sarete anche voi al Chinese Theatre? Ci sarà una rappresentanza del cast, compreso il sottoscritto che dovrà presentare il film al pubblico. Siamo molto emozionati, con un pizzico di timore, perché al festival sono annunciati nomi come Martin Scorsese, Robert de Niro, Al Pacino, e fra gli italiani Lina Wertmüller, Remo Girone, Francesca Archibugi, Riccardo Scamarcio.

 

Cos’ha colpito Vicedomini al punto da volere “Oscar”?

Penso che si sia appassionato della storia, e poi è un ammiratore di Mariano Rigillo che fa un cameo nel film, con la moglie e la figlia, entrambe attrici. Rigillo è stato di una disponibilità incredibile, si è adattato a tutto, ha aderito al nostro progetto da grandissimo professionista.

 

È la prima volta di “Oscar” negli Stati Uniti?

No, l’anno scorso ce l’ha chiesto l’Università di Boca Raton, in Florida. La docente Ilaria Serra l’ha fatto vedere come esempio di produzione con budget molto basso. Ed è, in effetti, un piccolo miracolo, considerando che sono stati spesi 35 mila euro.

 

Qual è la ricetta per riuscirci?

La passione, senz’altro, che ha contagiato tutti, anche chi non avrebbe mai pensato di lavorare a un film. Tra noi è nata una grande amicizia, indispensabile nei momenti più difficili. Non ne sarei venuto fuori se non fosse stato per il gruppo, in particolare per Davide Viero, Johnny Fina e Giacomo Turbian.

 

Niente sovvenzioni pubbliche?

No, niente fondi ministeriali perché non siamo una società di produzione ma un’associazione, Progetto Cinema A.V. I soldi arrivano da imprenditori locali che credono in noi. Fondamentali il produttore Gianni Costantini, i coproduttori Pietro Sottoriva, Mario e Antonio Pietribiasi e ci ha dato una grossa mano Vicenza Film Commission, con Vladimiro Riva. Ma in generale le istituzioni non ci prendono molto sul serio. E forse è un bene.

 

Perché? Non sarebbe meglio essere una casa di produzione?

Il business del cinema ha le proprie regole, com’è giusto che sia. Entrarci significherebbe sfaldare il gruppo che finora ha lavorato per passione per far posto a professionisti del settore. Avrei meno libertà di azione.

 

Vale a dire?

Il nostro obiettivo è quello di raccontare storie delle nostre terre, magari poco conosciute, coinvolgendo anche le comunità che ci vivono, secondo modalità che ci lasciano ampi margini operativi. Se si è ingabbiati in una vera produzione diventa tutto più complicato. Quando faccio un film penso che la storia dovrà emozionare. Non mi preoccupo della ricerca di virtuosismi registici o narrativi, sono conscio dei miei limiti e del fatto che non sono un professionista. Quindi storie semplici, ma che toccano le corde delle emozioni.

 

Progetti in vista?

Sì, dopo due cortometraggi, “Berlin Cola” e “La matita rossa”, stiamo lavorando a un altro film. È ispirato a una storia vera, accaduta nel Vicentino, ma negli anni Ottanta. Ancora una volta una vicenda legata a questi luoghi. Rientra nella mia idea di cinema. Di nicchia, se si vuole, ma è ciò che voglio fare. E cercheremo di coinvolgere i giovani, tanto come attori, quanto come tecnici, perché si cimentino in un vero set.

 

Intanto c’è da prendere un aereo per Los Angeles.

Non solo: stanno arrivando anche altre richieste per proiettare “Oscar”, sempre negli States. Vedremo. 

Gianmaria Pitton
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