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12.03.2012

“Tommy”,
con la stessa
forza di sempre

Daltrey in “Tommy” a Padova: bravura e sorprendente freschezza
Daltrey in “Tommy” a Padova: bravura e sorprendente freschezza

PADOVA
Roger Daltrey deve avere da qualche parte un ritratto che invecchia al posto suo. Solo un patto col diavolo giustifica infatti la freschezza di aspetto e di voce che il solista dei mitici “The Who” conserva ad onta dei 68 anni compiuti (è nato a Londra il primo marzo 1944) e che continua ad esibire dal vivo. Chi lo ha visto l'altra sera al Gran Teatro Geox di Padova cantare per oltre due ore senza interruzione tenendo il palco con l'energia di sempre ha avuto conferma dello stato di grazia che accompagna questo straordinario artista.
Il pezzo forte del concerto padovano era la riproposizione per intero del doppio album “Tommy”, pietra miliare della musica rock anni Sessanta. Per l'occasione Daltrey ha messo insieme una band di tutto rispetto, scritturando per primo il chitarrista e vocalist Simon Townshend, fratello minore di Pete, il carismatico leader degli Who, autore dei testi e delle musiche di Tommy. Lungo e allampanato come il famoso fratello, Simon ha fatto da spalla alla chitarra solista di Frank Simes, autentico genio di questo strumento, anima, assieme a Daltrey, del concerto. A completare la band, le tastiere ispirate di Loren Gold, il basso ordinato di Jon Button e la fragorosa batteria di Scott Deavours.
Si parte dunque con “Tommy”, inno psichedelico e progressivo alla diversità e alla voglia di riscatto, ode clamorosa alla potenza del rock e alla capacità di questo genere musicale non solo di suscitare effimere emozioni ma anche di sviluppare un racconto complesso e ricco di significato. L'”Ouverture” che dà avvio all'album lascia trasparire subito le ambiziose intenzioni dell'autore. Come in ogni opera lirica che si rispetti, il motivo conduttore filtra già dalle prime note, poi si inabissa sotto l'imperversare dell'organo e il rullare dei tamburi per riemergere prima della fine, foriero di altre emozioni. Roger Daltrey agita i cembali come some solo lui sa fare e aspetta il suo turno. Certo, non è più il ragazzo muscoloso con i pettorali lasciati scoperti da un incredibile gilet con le frange come quando ha cantato a Woodstock; adesso è un signore in completo grigio, i boccoli biondi che facevano impazzire le groupie di tutto il mondo ordinati in una discreta acconciatura, due occhialini scuri sul naso. Ma, quando tocca a lui, si capisce che la voce è sempre quella, potente e graffiante, intonata e sicura. Magari in qualche acuto la risparmia, ricorrendo al sostegno dei cori che tutti gli altri componenti del gruppo mettono spesso a disposizione, ma il marchio di fabbrica è ben riconoscibile: il cantante degli Who è lui e, con lui, gli Who sono in mezzo a noi. Se ci fosse ancora qualche dubbio, basta vederlo agitare il microfono, con lanci e piroette degne del lazo di un cow boy che mettono a dura prova la tenuta del cavo. La coreografia è però strettamente funzionale alla musica che si sviluppa per tutta la durata dell'opera rock con una serie di fantastiche canzoni che seguono la vicenda di Tommy, ragazzino sfortunato che riesce a trovare il modo per ottenere non solo il riscatto ma addirittura la gloria. L'ultimo brano, “Listening to You”, attira sotto il palco gli spettatori dell'ultima fila e tutti, le braccia alzate, a cantare “Following you I climb the mountain”, convinti davvero che, almeno per la durata di una canzone, la musica possa rendere migliore il mondo.
L'esecuzione di Tommy dura un'ora e un quarto ma il concerto continua con altre canzoni degli Who (“The Kids Are Allright”, “Behind Blue Eyes”, “Who Are You”, “My Generation”, “Young Man Blues”) che offrono alla band e al cantante il modo per confermare la loro bravura e completano l'estasi del pubblico. L.Z.

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