07 luglio 2020

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30.01.2020

SOLLIMA e Memoria Il popolare che affratella

Grande pubblico ed emozioni al TcVi per Sollima DALLA POZZAIl violoncellista siciliano Giovanni Sollima, l’“uomo-musica” che ha rapito il Comunale di Vicenza COLORFOTO
Grande pubblico ed emozioni al TcVi per Sollima DALLA POZZAIl violoncellista siciliano Giovanni Sollima, l’“uomo-musica” che ha rapito il Comunale di Vicenza COLORFOTO

Filippo Lovato VICENZA La musica testimonia la fratellanza tra i popoli. Giovanni Sollima, affrontando, parole sue, “un programma di piccoli oggetti”, ha conferito alla Giornata della Memoria un significato più ampio e profondo del pur lodevole ricordo che ogni anno si tributa alle vittime dell’Olocausto nella ricorrenza della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz. Invitato dalla Società del Quartetto a esibirsi al Comunale lunedì 27, il violoncellista e compositore siciliano, solo sul palco, ha proposto un impaginato che aveva nella musica popolare il suo filo rosso. La musica popolare affratella, perché nella memoria musicale di ogni popolo si stratificano e comprimono influenze provenienti da altri gruppi umani, sicché padre Komitas, come ricorda Sollima, arriva a dire che “il canto popolare è simile in tutto il mondo”. L’impasto delle ascendenze musicali promuove la fratellanza, il più efficace antidoto all’odio che ha generato la Shoah. La scaletta affondava le radici nella tradizione giudaica, per cavarne brani popolari o elaborazioni colte. Al secondo gruppo appartengono Ha-shirim asher li-Shlomo di Salamone Rossi detto l’Ebreo e l’intonazione degli ebrei tedeschi sopra Ma’oz Zur Yeshuati di Benedetto Marcello. Nel primo Sollima scioglie un canto di estroversa espressività, dopo un viscerale attacco a corde vuote, nell’altro pare accarezzare le corde. Tre pezzi kletzmer sviano il programma dal sussurro accorato per condurlo all’allegria ebbra dei ritmi di festa, in rapinose accelerazioni e colpi d’arco. E qui il violoncellista si consegna all’estro dell’improvvisazione, come sempre accade con le musiche che hanno un popolo per autore. Dopo lo spettacolare Frayaleleh, in Kolynd Sollima inserisce una citazione da Bella ciao, quasi a provare quella somiglianza di cui parlava Komitas. E verso la fine ecco Rachab con il tema malinconico riproposto nei diversi registri. Senz’autore è anche Moj e bokura more, un canto arbёresh alla patria perduta, che Sollima esegue anche per dimostrare le parentele tra le diverse tradizioni popolari. Nel Kol Nidrei, chiede al pubblico di intonare una nota di bordone, mentre sciabola l’arco di variazione in variazione a pronunciare quel canto mesto e misterioso per la sera dello Yom Kippur. Dal repertorio colto ecco la suite n. 1 di Bach in sol maggiore, una scelta eccentrica, per ammissione dell’interprete, la suite n. 3 di Bloch e Az hit… di Kurtág, trascrizione per violoncello di un lied. Ma anche nel sotterraneo di questa musica pulsano danze e folklore. Di Bach, momento zen, Sollima offre una lettura di asciutta eleganza. Di Kurtág si ricorderà il violoncello che sfiora il silenzio, di Bloch quell’intenso alternarsi di andanti sospesi e vigorosi allegri. E infine tre pezzi scritti dallo stesso Sollima che lo trasformano in una specie di uomo – musica, capace di trarre musica non solo dal suo strumento di fine Seicento al quale abbina due archetti diversi. In Lamentatio, ultimo brano in programma, il siciliano suonando vocalizza un frammento ritrovato in Sicilia, ma che appartiene a tutto il Mediterraneo, sviluppato poi in vertiginose sezioni che scatenano l’interprete, fino a fargli battere i piedi sull’impiantito. Hell, il primo bis, è un canto del violoncello solo ispirato alla Divina Commedia. Per Terra Acqua, il secondo bis, l’autore si fa prestare una penna per percuotere le corde. Comunale quasi pieno. Pubblico avvinto e generoso d’applausi. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Filippo Lovato
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