20 agosto 2019

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21.07.2019

Lo show deve proseguire e questa Compagnia va oltre l’omaggio-Queen

Il protagonista del musical applaudito a Marostica   MARCO PETTENUZZO
Il protagonista del musical applaudito a Marostica MARCO PETTENUZZO

Antonio Stefani MAROSTICA Il bello è che quando Freddie Mercury abbandonò le scene di questo mondo (novembre 1991), i ragazzi e le ragazze della Compagnia del Villaggio oggi bravamente impegnati in “Bohemian Rhapsody” andavano ancora all’asilo, ammesso che fossero già nati. Ed è proprio un pensiero del genere ad affascinare. Lo stesso accade con la musica dei Beatles, o dei Pink Floyd: i giovani di adesso si avvicinano a quei repertori senza averli vissuti “in diretta” come i loro genitori o i loro nonni, ma avvertendone spontaneamente la prorompente meraviglia. Nel caso dei Queen, la faccenda è ancor più significativa: non erano pochi infatti coloro che, tra gli anni Settanta e Ottanta, storcevano il naso di fronte a quella band considerata troppo barocca e pomposa rispetto alla “purezza rock” di gruppi come i Led Zeppelin o i Deep Purple, troppo esagerata e fracassona se paragonata alle ricerche “progressive” di gente come gli Yes o i Genesis. E invece il tempo, e ascolti meno superficiali, hanno chiarito la verità: quel quartetto britannico possedeva non solo coraggio, ma anche una ricercatezza creativa, una cultura sonora e un gusto imaginifico come nessuno. E nessuno possedeva – tranne gli Stones con Mick Jagger – un frontman tanto spettacolare quanto Mercury, dotato non solo di un’ugola sensazionale e d’un effettivo genio come compositore, ma pure d’un talento innato da irresistibile, teatralissimo istrione. Nel rutilante universo dei Queen si trova di tutto, e tutto si tiene: il rock duro e il “glam”, melodie trasognate e riuscite sperimentazioni (vedi la contaminazione con l’opera lirica, intuizione avuta anche dalla nostra PFM), testi ora misteriosi e ora ironici, ora struggenti e ora sfuggenti. “Bohemian Rhapsody” della Compagnia del Villaggio, lavoro nato prima e non dopo l’uscita dell’ormai celebre film, è una full immersion in quella leggenda vera, con uno spunto narrativo: la drammatica scomparsa di Freddie e la domanda che gli altri tre – Brian May, John Deacon e Roger Taylor - si pongono sul “se” e “come” continuare senza di lui. Ma è anche un allestimento ricco di citazioni derivate dalla biografia del complesso, dai video girati (vedi le sequenze di “Metropolis” per “Radio Ga Ga”, o il quadretto “en travesti” per “I Want To Break Free”), che si compendia ovviamente nel “greatest hits” delle memorabili canzoni, tutte eseguite dal vivo. Ed è pure saggio non insistere su ciò che portò Mercury a contrarre l’Aids: conta molto di più ricordare che la sua morte dette una spinta emotiva enorme alle campagne fondi per le cure contro la malattia. Detto in sintesi, il musical diretto da Luca Lovato mantiene fede alle caratteristiche del genere, che richiede energia ed entusiasmo, canto e recitazione, danza e un’ambientazione favolistica, che qui è una continua esplosione di maxi grafiche in stile coevo. Né mancano sorprese come l’arrivo di rombanti Harley Davidson sul battere di “We Will Rock You”, o getti pirotecnici dalla ribalta. Mattia Gandolfo è eroico nello star dietro alle tre ottave e passa possedute da Freddie, e sfodera la giusta mimica, sfrontata e potente, del protagonista; ma belle prove vocali sono anche quelle di Rossana Carraro (Mary Austin, l’unica compagna donna di Mercury) ed Elena Sbalchiero (la promoter Jacky Beach); Matteo Dal Ponte (John), Andrea Borile (Brian) e Luca Rossi (Roger) sostengono con disinvoltura le parti degli altri Queen, ed è ottima la resa “live” della band composta da Antonio Lanzillotti (tastiere), Pierantonio Dalla Riva e Giovanni Pretto alle chitarre, Loris Peltrera al basso, Francesco Del Zoppo alla batteria, Eleonora Belloro e Sara Fabris ai cori. L’altra sera, in duemila si son goduti questa cavalcata, meritevole di ulteriori repliche. Perché, come invita a fare quell’epica statua eretta a memoria di Mercury in riva al lago di Montreux (anch’essa debitamente evocata), “The Show Must Go On”. Sempre. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Antonio Stefani
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