29 settembre 2020

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12.11.2019 Tags: Concerti

Il menestrello lieto e senza fine ANDERSEN è più di una favola

Eric Andersen in concerto a Vicenza  (“Home of Palladio”) Il cantautore di Pittsburgh e la sua ban con la violinista Scarlet Rivera FOTOSERVIZIO  MAURO REGIS
Eric Andersen in concerto a Vicenza (“Home of Palladio”) Il cantautore di Pittsburgh e la sua ban con la violinista Scarlet Rivera FOTOSERVIZIO MAURO REGIS

Antonio Stefani VICENZA Se vi prendete la briga di leggere “Ghosts Upon The Road”, la bio-discografia che di recente gli hanno dedicato due esegeti italiani, Paolo Vites e Roberto “Jacksie” Saetti, scoprirete come e qualmente il purissimo talento cantautorale di Eric Andersen sia stato spesso baciato dalla sfortuna, consegnandolo a un ruolo da eroe di culto anziché a una fama che altri menestrelli coevi, magari meno dotati, raggiunsero nel periodo d’oro tra gli anni Sessanta e Settanta. Clamoroso il caso che gli capitò all’indomani di “Blue River”, album capolavoro del 1972, quando si trattò di darne un seguito destinato alla definitiva consacrazione artistica. Ebbene: le nuove registrazioni, complici anche certe turbolenze all’interno dell’etichetta Columbia, andarono smarrite e solo nel 1975 il buon Eric avrebbe avuto la forza, ripresosi dallo shock, di riproporsi sul mercato. Quando cioè, in un certo senso, il treno decisivo era già passato. Ironia della sorte, all’epoca in cui i nastri ritrovati di “Stages” vennero pubblicati (1991), svelarono un’opera perfetta. Ad ogni modo Andersen andò avanti, recuperò ispirazione e abbozzi, così come fece il nostro poeta Dino Campana quando gli capitò un accidente analogo coi suoi “Canti Orfici”. E oggi questo settantaseienne ragazzone di Pittsburgh è ancora “on the road” con lo stesso spirito con cui animava la scena del Greenwich Village e divideva palchi e ragazze (lui, bellissimo, era molto invidiato dai colleghi) con gente del calibro di Bob Dylan, o abitava al Chelsea Hotel dove, si narra, Leonard Cohen da lui capì che la poesia può stare in una ballata. Joni Mitchell, Joan Baez, Janis Joplin, Judy Collins, Patti Smith sono state sue intime amiche; The Band e altri egregi strumentisti l’hanno spesso affiancato; ha frequentato i “beat” da Allen Ginsberg in giù, e compari con la chitarra del calibro di Phil Ochs, John Denver, Johnny Cash, per non dire di Lou Reed; è stato attore per Andy Warhol mentre Brian Epstein, l’uomo che creò i Beatles, sarebbe diventato il suo manager se non fosse morto all’improvviso. Lui ha comunque continuato a scrivere, comporre, girare il mondo, riscoprendo ad esempio la Norvegia dei suoi avi; ha accumulato dischi (una trentina, dal 1965 a oggi), mogli, figli, ultimamente ha prestato il suo songwriting a testi di Camus, Byron, Böll. E ogni volta che te lo ritrovi davanti, come accaduto poche sere fa al teatro Ca’ Balbi su invito di Musica Intus, il suo carisma appare intatto. Tanto più se oggi alla sua destra compare la violinista Scarlet Rivera, ricomponendo così un lembo della Rolling Thunder Revue scatenata da Dylan in giro per gli States tra il 1975 e il 1976, ora rievocata pure al cinema da Martin Scorsese. Per la tappa vicentina (“Home of Palladio”, tiene a precisare) è “Dusty Box Car Wall” ad aprire un set in cui, come sempre, le strade incrociano sentimenti, paesaggi, amori e disamori; ecco “Foolish Like The Flowers”, “Foghorn”, l’omaggio all’Italia con “Hills of Tuscany” ma anche l’allerta sui rinascenti nazismi di “Rain Falls Down in Amsterdam”. E poi “Sheila”, l’allegra “Singing Man”, l’obbligatoria “Blue River” al piano con tanto di struggente dedica a due sodali canadesi quali Joni Mitchell e l’indimenticato Rick Danko, la battente “You Can’t Relive The Past” scritta con Lou Reed, l’immortale “Thirsty Boots” incisa pure da Dylan, l’agrodolce “Close The Door Lightly When You Go” e via, per quasi due ore di applauditissimo saggio d’autore. Di suo, Scarlet Rivera ci mette un accompagnamento sempre delicato e un talkin’ blues sugli attuali incubi di “Lady Liberty”, la Statua della Libertà, causati da un “mostro arancione” che sta alla Casa Bianca, mentre il resto della band – Cheryl Prashker alle percussioni, Paolo Ercoli su slide e mandolino, Inge Andersen ai cori – completa il suono che avvolge un maestro al quale la storia del folk-rock deve, fra l’altro, un comandamento per la vita: “Be true to you”. Ovvero: “Sii sincero con te stesso”. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Antonio Stefani
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