04 agosto 2020

Spettacoli

Chiudi

06.10.2019

Essere palombaro, lavoro tra realtà e immaginazione Il WTFF a “L’ora d’acqua”

La regista Claudia Cipriani con  Marina Resta (a dx) ILARIA TREES MERIDIOMilo e Mauro, protagonisti de “L’ora d’acqua” vincitore del 4° WTFF
La regista Claudia Cipriani con Marina Resta (a dx) ILARIA TREES MERIDIOMilo e Mauro, protagonisti de “L’ora d’acqua” vincitore del 4° WTFF

Enzo Pancera VICENZA La 4ª edizione del Working Title Film Festival si è conclusa con una doppia premiazione. Al cinema Odeon sono stati insigniti film di vario metraggio e intonazione sui vari aspetti del lavoro. A Zerogloss-Exworks si sono segnalati gli audiovisivi sperimentali sullo stesso tema. All’Odeon miglior lungometraggio concorrente è L’ora d’acqua di Claudia Cipriani. Documentarista, già candidata David di Donatello per Lasciando la Baia del Re, nella motivazione dei giurati Ilaria Fraioli Claudio Casazza, il film “racconta un mestiere inusuale e mai veramente visto al cinema, quello del palombaro, e ci riesce fondendo realtà e immaginazione”. Migliore cortometraggio è Am Cu Ce (Tutto il mio orgoglio) di Hannah Weissenborn che in un’azienda dei trasporti tedesca “riesce a rappresentare la contraddizione tra ragionevolezza, esigenze di mercato e bisogni umani”. Nella sezione sperimentale Extrawoks il miglior film è Being and Becoming della pittrice e videomaker Maite Abella (spagnola di Lleida, attiva ad Amsterdam) di cui la giuria (Ilaria Pezone, Riccardo Palladino) ha apprezzato l’”andare oltre l’autorappresentazione, riflettendo sull’immagine che ci si crea di se stessi, mettendo in discussione l'autenticità dei propri sogni e desideri”. Le tre menzioni speciali bene affiancano i premi: al lungometraggio Drømmeland di Joost van der Wiel sulle complesse utopie di un 60enne norvegese, al corto Hoa del vicentino Marco Zuin su una guaritrice vietnamita, al documentario Mitten di Olivia Rochette e Gerard-Jan Claes sull’allestimento di uno spettacolo ispirato alle suite di Bach. Chi non abbia frequentato il Festival tenga presente i titoli, se li intercetta in altre manifestazioni o pertugi web non si privi della visione. Sull’orlo della festa conclusiva della 4ª edizione strappiamo qualche osservazione, necessariamente sommaria e sbrigativa, alla direttrice artistica Marina Resta. Per un bilancio è troppo presto. Ma un’impressione di massima su quanto avvenuto nel Festival? «Al di là del vissuto emotivo, che è rinfrancante ma molto personale, conta il dato fondamentale che il numero degli spettatori è cresciuto rispetto all’edizione precedente». Ha funzionato l’inaugurazione inusuale con la presentazione del libro La dissolvenza del lavoro? «Non tutti hanno trovato posto alla Bottega Faustino e l’autore Emanuele Di Nicola, che si è valso di spezzoni filmati, ha intavolato un dialogo brillante e fitto col pubblico». Sui premi… «I giudizi della giuria non si discutono per principio. Ma mi concedo l’orgoglio dei molti riconoscimenti andati a registe: la presenza femminile al festival è assai cresciuta non per le mie scelte o per regolamenti protettivi della componente “rosa” ma in conseguenza di una maggiore presenza statistica e qualitativa». Che dire della nuova collocazione? «Ottenere l’ospitalità del Cinema Odeon è stato tonificante. Ci ha dato una marcia in più collocare il Festival in centro città e stabilire sinergie con la sala storica di Vicenza che ospita numerose iniziative cinematografiche». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Enzo Pancera
Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento può comportare il trattamento di dati personali: per maggiori informazioni sulle modalità di trattamento e l’esercizio dei diritti consultare le nostre Informazioni sulla Privacy e l’informativa estesa sui cookie presenti in calce al sito web.

pagine 1 di 1