26 gennaio 2020

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25.11.2019

Bancaleone-Capossela Nel suo medioevo d’oggi la peste corre nella rete

Vinicio Capossela in una delle “bestie” che popolano lo spettacoloTeatro di parole, musiche e grafica: le ballate di Vinicio accendono il teatro Comunale COLORFOTO ARTIGIANAAlle liriche di denuncia, Capossela alterna impennate di dolcezza
Vinicio Capossela in una delle “bestie” che popolano lo spettacoloTeatro di parole, musiche e grafica: le ballate di Vinicio accendono il teatro Comunale COLORFOTO ARTIGIANAAlle liriche di denuncia, Capossela alterna impennate di dolcezza

Antonio Stefani VICENZA Per come si mostra adesso, con le sue “Ballate per Uomini e Bestie”, Vinicio Capossela parrebbe bello che pronto a incrociare lungo il cammino una nuova Armata Brancaleone e venirvi arruolato come chierico vagante, cantastorie da piazza, menestrello da taverna, orsante da fiera, frate predicatore che cita lo Sancto Francesco e svela la perfetta letizia “nelle tribulazioni”. Benvenuti perciò – o malcapitati, a seconda dei gusti – in un medioevo contemporaneo popolato da una umanità smarrita, credulona, tragicomicamente sba(n)data, vittima e carnefice di protervie assortite, in cui miglior figura fanno gli animali, naturalmente parlanti e a vario titolo significativi: come l’uro, antenato dei bovidi ritratto nelle pitture rupestri di Lascaux; come il porco che compila un grottesco testamento lasciando in eredità le sue carni; come l’asino, il cane, il gatto e il gallo che, giudicati ormai inservibili (anzi, “in esubero”) dai rispettivi padroni, se ne vanno a fare i musicanti a Brema; come la giraffa di Imola che scappa dal circo e nessuno sa come comportarsi di fronte a tanta grazia liberata; come la lumaca, allegoria della saggia lentezza e di ciò che ognuno di noi lascia in scia dietro di sé; come il licantropo (“Le Loup Garou”) che si confessa dopo le elezioni. Ovviamente, non c’è medioevo senza una peste, ed è lì che il profeta Capossela punta il dito: ben poco antica e tutta odierna e nostra, la pestilenza è quella che “corre nella rete” come arma di distrazione di massa e fucina di odio da tastiera, funzionale a biechi interessi commerciali e alle false (“fake”) calunnie, maligna impicciona dei casi altrui, contagiosa al ritmo del “let’s tweet again” e prona ai prezzolati proclami degli “influencer”, qualsiasi cosa ciò voglia dire. In questo mondo inquinato, dove pure Sant’Antonio Abate vien preso da attualissime e devastanti tentazioni, dove il povero Cristo ritorna sulla croce avendo compreso l’impossibilità della buona novella, ma dove la Morte celebra comunque e sempre il suo Trionfo, restano echi di bellezza cavalleresca e cortese mutuati da John Keats (“La belle dame sans merci”), appelli alla compassione derivati da Oscar Wilde (“Ballata del carcere di Reading”), speranze in risvegli della coscienza e dell’amore: perché dopotutto queste, avverte il barbuto Vinicio, sono “ballate nate per obliare la peste: finiscono per farne materia del canto, che è un modo di fortificare anticorpi”. Di fronte a cotanta densità, lo spettacolo che ne deriva è un imaginifico teatro di parole e musiche e grafiche dove spuntano maschere e copricapi dalle più bizzarre fogge, dove il giullare narra di saghe arcaiche e di pesci in voga or ora (sardine), “denunzia” violenze e intolleranze (Cucchi, Segre) ma ti sa pure cullare con dolcezze che mai t’aspetteresti, ti fa sobbalzare al ritmo di qualche bastardo “punk contadino” e ti strugge con le sue parabole sussurrate, con certi scatti di pura tenerezza. Se la visionaria parata di “Ballate per uomini e bestie” sfila quasi tutta sul palcoscenico, non manca nemmeno una manciata di classici della casa, si tratti di “Con una rosa” (qui in versione “palladiana”, spiega lui) come della crepitante “Marajà”, di “Pryntyl” la sirena come dell’agghiacciante “Rosamunda” giunta dai lager, de “La Madonna delle Conchiglie” e la trionfante “L’uomo vivo” fino “Al Colosseo”, al “Ballo di San Vito”, all’invocazione di “Ovunque proteggi”. Alessandro “Asso” Stefana alla chitarra, Niccolò Fornabaio alla batteria, Andrea Lamacchia al contrabbasso, Raffaele Tiseo al violino e Giovannangelo De Gennaro alla viella e agli aulofoni sono i bravi suonatori che tengono bordone al pirotecnico Capossela in questo suo ennesimo varietà sacro e profano, dannatamente bello e sempre capace di ironie da fine dei tempi, come quando chiosa che, in un secolo, “siamo passati dal Cubismo alle cubiste”. L’altra sera, nell’affollatissima sala del Comunale, tripudio e inevitabile “standing ovation”. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Antonio Stefani
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