03 agosto 2020

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25.01.2020

L’Eden esiste per davvero È proprio nei quadri di Gauguin

“Thaitiani in una stanza”, tra le opere più celebri di Paul Gauguin: è  esposta in questi giorni a Vicenza
“Thaitiani in una stanza”, tra le opere più celebri di Paul Gauguin: è esposta in questi giorni a Vicenza

Oggi alle 18, a Palazzo Leoni Montanari-Banca Intesa si proietta - ingresso libero nel limite dei posti - Gauguin a Tahiti-Il paradiso perduto (Italia, 2019, 88’) regia di Claudio Poli. L’evento è connesso all’esposizione del quadro di Paul Gauguin (1848-1903) Tahitiani in una stanza (in lingua maori Eiaha-Ohipa = Non fanno nulla, 1896) dal Museo Puškin di Mosca, visibile fino all’8 marzo, con cui si concludono le iniziative per i 20 anni delle Gallerie d’Italia a Vicenza. Alla proiezione sarà presente, dialogante col pubblico, il 50enne soggettista-sceneggiatore Matteo Moneta che molto gentilmente ha risposto ad alcune domande. Com’è nato il progetto del documentario? «È un po’ figlio del successo ottenuto l’anno prima da Van Gogh. Tra il grano e il cielo di cui ho scritto il soggetto sempre con Marco Goldin». La fucina è la stessa: 3D Produzioni con Nexo Digital, che distribuisce nella collana La Grande Arte al Cinema, e il contributo specifico di Banca Intesa. «Che è stato prezioso: noi lavoriamo in un gruppo smilzo e parsimonioso ma andare a girare in Polinesia e negli Stati Uniti costa comunque». Dunque non ha solo scritto “sulla scrivania” ma ha seguito la lavorazione in loco? «In un documentario i margini di variazione sono ampi, ad esempio gli intervistati si scoprono anche in corso d’opera e possono essere più o meno efficaci. Sicché lo script definitivo, qui affidato alla voce narrante di Adriano Giannini, va stilato su quanto si è catturato e che è stato bene seguire sul campo». L’ambito d’indagine non è tutto-Gauguin ma quanto prodotto nella fuga continua fino all’approdo nell’eden delle Isole Marchesi. «Non abbiamo trascurato le esperienze impressioniste francesi ma il fulcro è ripercorrere la ricerca di un mondo incontaminato e, in parallelo, la rassegna dei quadri prodotti laggiù, conservati nelle raccolte statunitensi e illustrati da chi li ha in cura». Uno scacco quel paradiso ineluttabilmente perduto? «Sì, ma affascinante, interessante per tutti noi. Gauguin era il primo a constatare la corruzione del colonialismo. L’eden però esiste: nei suoi quadri». Il nostro aveva lavorato nella finanza speculativa, non era un apostolo ingenuo… «Portava in quel mondo le contraddizioni di un uomo scaltro e sensuale. Ma abbiamo tenuto a scagionarlo dall’accusa di pedofilia per cui qualcuno ne sta boicottando la memoria. In quel tempo le leggi europee stabilivano l’età minima per i matrimoni ai 12 anni e le consuetudini degli indigeni isolani non la alzavano certo». È noto che oltre ai 5 figli nati dal matrimonio in Francia ha avuti figli naturali nelle isole... «A Hiva Oa, dov’è sepolto (accanto c’è la tomba di Jacques Brel) e in altri luoghi abbiamo individuato alcuni discendenti... ma non voglio dire troppo per non rovinare la sorpresa della visione». Il consultivo della lunga scorribanda? «Sarei molto contento se il film dimostrasse che la pittura di Gauguin, un po’ oscurata dal mito-Van Gogh, non è fatta, con la fascinazione dei colori e la “semplificazione” delle figure, per la divulgazione in cartolina ma è frutto di una elaborazione intellettuale che attinge all’arte del passato (le vetrate medievali) e consegna all’arte che verrà (Matisse, Picasso) un non ingenuo interesse per il primitivo». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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