13 agosto 2020

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16.01.2020 Tags: Cinema

In Anna Karenina l’occhio indaga la figura di Vronsky

La locandina del film
La locandina del film

In Quinto potere (1975) di Sidney Lumet il protagonista William Holden confessa alla moglie che l’amante rampante Faye Dunaway fa con lui il conte Vronsky lasciandogli il ruolo ingrato di Anna Karenina. Il regista russo Karen Šachnazarov nel suo ultimo film Anna Karenina. La storia di Vronsky (Russia, 2017, 98’ con Elizaveta Bojarskaja, Maksim Matveev) non arriva a tale sovvertimento ma nell’impegno - ardimentoso, considerata la serie sterminata di versioni cine-televisive - di portare sullo schermo il romanzo di Tolstoj (1877) innova promettendo la versione-Vronsky della vicenda. Chi però sperasse in una riabilitazione maschilista resterebbe deluso. Nel romanzo Anna, sposata a un uomo “giusto” quanto gelido che l’ha resa madre di un bambino, s’accende di passione per il giovane Alexsej Vronsky, nobile ufficialetto; i due convivono attirandosi l’ostracismo aristocratico. L’insoddisfazione esistenziale porta la donna al suicidio. Nel film si scopre che Vronsky (Maksim Matveev), maturo e disilluso colonnello, combatte in Manciuria la guerra contro i giapponesi (1904). Ferito, è curato dall’ufficiale medico Sergey Karenin (Kirill Grebenščikov), il figlio di Anna che, riconosciutolo, lo detesta ma gli chiede, per quanto inevitabilmente soggettiva, la sua versione della storia. Vronsky parte dal riconoscimento del cadavere dell’amata (Elizaveta Bojarskaja) che si gettata sotto un treno, risale agli inizi dell’amore e arriva al presente in cui disperatamente sente Anna viva. Šachnazarov, che ha scaldato i muscoli con una versione del romanzo in 8 puntate televisive, conosce bene la “macchina cinema”: è evidente nel piano sequenza che ci immette nel fronte ed è ancor più esplicito nelle grandi sequenze spettacolari. Nel ballo, illuminato da colossali lampadari disseminati di candele, splende l’eleganza dei due protagonisti (davvero bravi). La caduta da cavallo - che rende palese il legame adulterino – è magistrale per realismo e astuta scansione, preceduta da altre rovinose ma meno lesive cadute. A teatro, mentre si canta la Casta diva belliniana e i nobili snobbano Anna, si coglie quanto il regista russo abbia presente la lezione di Visconti. Ed anche la guerra, nella sua devastante “diversità” è ben resa. Meno perspicua è semmai proprio la versione di Vronsky: disperato ma incapace di afferrare il senso profondo delle cose. Cerca di fare ammenda prendendosi cura d’una sperduta bimba cinese – prima aveva osteggiato una simmetrica cura di Anna per un’orfana inglese – e si predispone per un eroismo sterile. Ma anche in questi limiti si rende un servizio alla sana inquietudine che insinua il romanzo, acuita piuttosto che scemata col passare del tempo. Il film ha iniziato la personale di Šachnazarov (Sala Lampertico, martedì, 20.30, ingresso libero) che continua così: 21/1 White tiger (2012, 104’); 28/1 Vanished Empire (2008, 105’) 11/2 Città Zero (1990, 97’), 18/2 American Daughter (1995, 93’).

E. P.
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