07 aprile 2020

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17.02.2020

Dirompente e divisiva Com’era agrodolce la vita secondo Fellini

La locandina del mitico film “La dolce vita” di Fellini
La locandina del mitico film “La dolce vita” di Fellini

Enzo Pancera VICENZA Fellini 100, l’omaggio di L@b Odeon per il centenario del regista continua oggi con la proiezione in Sala grande (ore 18 e 21, € 6,50 ridotto 5,50) de La dolce vita (Italia/Francia, 1960, 174’) in versione restaurata della Cineteca di Bologna. Il film ha dato a Fellini, pur già detentore di 2 Oscar, un’enorme notorietà mondiale. La pellicola ha segnato un voltapagina nel cinema e anche nella cultura, nel linguaggio, nel costume, nelle mode. E ha generato a valanga studi, aneddoti, curiosità. La prima al Capitol di Milano fece scalpore per l’aggressione al regista (pervertitore della morale nazionale, comunista). Su L’Osservatore Romano e Civiltà cattolica uscirono condanne inappellabili (La sconcia vita). È una consacrazione la Palma d’oro a Cannes (quasi un conflitto d’interessi l’apprezzamento viscerale dello scrittore Simenon presidente di giuria) seguita dalle esternazioni, che durano tuttora, di registi, critici e spettatori che lo considerano il film della loro vita. Fin dalla elaborazione scritta La dolce vita faceva presagire il grande valore e la capacità divisiva. Cosceneggiatori eccellenti sono il torinese (avvocato e conte) Tullio Pinelli e il pescarese, grande spacciatore d’italo aceto, Ennio Flajano. Quanto scrivono – con riferimenti alla cronaca come agli interrogativi esistenziali – è destinato al mutamento continuo. Che genera una struttura frastagliata: il cronista di gossip Marcello Rubini (Mastroianni) nella bellezza insidiosa delle notti romane insegue feticci della notorietà (Anitona Ekberg), tentativi di seduzione, scampoli di nobiltà, ideali infranti… Il progetto sbigottisce il produttore Dino De Laurentiis e sulla scelta dell’attore protagonista si rompe. Subentra Angelo Rizzoli che, contro i pronostici, sarà lautamente remunerato: in un paio di settimane si pareggiano le spese e alla fine il film supera l’incasso stratosferico dei 2 miliardi. La lavorazione ha un cronista d’eccezione, Tullio Kezich, e coinvolge nel cast grandi talenti e abituali collaboratori: oltre ai citati Piero Gherardi (Oscar per i costumi), il montatore Leo Catozzo, il musicista Nino Rota, il direttore della fotografia Otello Martelli. Fitta di sorprese la lista dei figuranti (in primis Adriano Celentano) e doppiatori non accreditati. Sessant’anni dopo i valori sono assestati ma restano ardui i bilanci definitivi su un evento che coinvolge “tanta robba”, mantiene un’intrinseca fluidità. Nell’Italia d’allora scandalizza chi confonde la rappresentazione del degrado con la sua diffusione contagiosa. Lo difende il gesuita Angelo Arpa. A un corso di cinema (Firenze, Istituto Stensen, 1965) appare, in tutta la sua magrezza e senza ufficialità, alla proiezione de La vita alla rovescia di Jessua e al casuale vicino di sedia, con tutta famigliarità, bisbiglia imperiosamente: “Ma ti rendi conto di come quello guarda quell’albero?”. Quello, l’attore Charles Denner, cerca l’essenziale nel suo vivere e davvero quell’occhiata lo rivela. Padre Arpa, pagando di tasca propria, sa piamente contrapporre il “destro” cardinal Siri al progressista cardinal Montini e il film si salva dal ritiro già schivato a stento da Cabiria. Riflettere su antichi maneggi non è l’unico motivo per tornare a tuffarsi nel film che secondo il premio Pulitzer Roger Ebert non invecchia mai (forse perché cambia sempre). • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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