giovedì, 01 ottobre 2020
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15.02.2020

La giustizia prescritta

Il pasticcio sulla prescrizione è grave per due motivi: innanzitutto il ministro Bonafede, che ha solo l’attenuante del cognome, sta mandando al diavolo un principio cardine del Diritto: ché il limite temporale al processo e più in generale alla giustizia nel suo operare non è la scadenza d’una mozzarella che si toglie per mangiarla quando è più comodo. La giustizia terrestre ha modi, luoghi e tempi ben definiti proprio per differenziarsi da quella celeste o divina, che invece avviene in modi, non luoghi e non tempi del tutto indefinibili. Poco importa che togliere o tenere la prescrizione allunghi o acceleri i tempi del processo: se intacchiamo i principi per migliorare il funzionamento di un qualsivoglia organismo o struttura, la conseguenza è inevitabile: quella struttura e quell’organismo perderanno natura e funzione insieme. Pensare che il tempo della giustizia sia illimitato (o quasi, come da solito emendamento) significa tramutare automaticamente il perseguito in perseguitato; significa concepire uno Stato in cui la discrezionalità di indagare, punire, processare diviene arbitrio tipico d’un regime semidittatoriale o di una teocrazia. E la vicenda che sta colpendo lo studente di Bologna, ignaro persino di essere ricercato, sequestrato dall’Egitto, pur nella diversità dei contesti, qualcosa dovrebbe insegnarci. C’è poi un secondo piano di lettura, più propriamente politico, ma non meno preoccupante: pensare, come fanno i più, che Renzi usi la prescrizione per avere più nomine e più voti. Pensare sistematicamente che un leader non faccia più battaglie di civiltà, ma solo di interesse. Gravissimo. Finché non prescriviamo l’odio per la politica e più in generale verso il prossimo, l’unico passo avanti sarà quello indietro. •

di GIANCARLO MARINELLI
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