venerdì, 06 dicembre 2019
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19.11.2019

I cerotti per Venezia

Scrive Giuseppe Berto: «Venezia non si cura di coloro che vogliono salvarla: vuole tornare ad essere fango. Del resto sono sparite Ninive, Menfi, Babilonia, perché dovrebbe sopravvivere questa?». Perché una città, di per sé incurante degli sforzi di chi vuole salvarla, dovrebbe resistere a maggior ragione se nessuno è in grado veramente di proteggerla? Forse la spiegazione è nella morte più che nella vita. E cioè: dinnanzi ai campanili di Notre-Dame divorati dalle fiamme che crollano giù, noi avvertiamo il senso irrimediabile della fine. Dinnanzi all’acqua che invade, sfarina e corrode i pilastri della Basilica di San Marco, invece, lo sgomento è forte ma la speranza rimane. Il fuoco ci spaventa più dell’acqua: ciò che cade dal cielo più di ciò che viene risucchiato dalla terra. Verissimo, e in questo le nostre radici cristiane e cattoliche incidono. Ma c’è di più: noi crediamo che Venezia ce la farà perché abita nei nostri sogni. È una città fondata nell’impossibile, in cui - pochi sanno - ogni volta che qualcuno vi cammina, passeggia sopra ad una foresta. Tale è la quantità di legno che la sostiene. Venezia è così impossibile e perfetta che basta un riflesso nell’acqua per rendere miracolosa pure la devastazione; che stiamo qui come bimbi che giocano a guardie e ladri (più ladri che guardie) a chiederci se il Mose funzioni: come mio figlio che mi chiede: «Papà, se metto un cerotto al rubinetto, l’acqua smette di cadere?». E allora a differenza di Ninive, Menfi, Babilonia, la città anfibia resisterà. Persino se dovesse tornare ad essere fango. Come una gigantesca conchiglia da cui riecheggia il rumore del mare. Il rumore dei nostri sogni, di bimbi che fanno la guerra alle maree. Con murazzi di cerotti. •

di GIANCARLO MARINELLI
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