lunedì, 27 gennaio 2020
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16.11.2019

Non può perdere il sistema Paese

È come gettare benzina su una casa che brucia. O togliere ossigeno ad un paziente che sta per morire. Al di là delle facili metafore, l’eventuale chiusura dell’Ilva sarebbe una vera e propria catastrofe, con un costo enorme per la collettività. Un dato per tutti: lo stabilimento di Taranto, da solo, vale circa un punto e mezzo di Pil. Più del doppio della crescita programmata dal governo per il 2020, una «stangata» per un Paese che è da anni alle prese con la sindrome dello «zero virgola», con un’economia che continua a marciare al rallentatore. Senza considerare, poi, gli effetti indiretti della vicenda: sulla credibilità dell’Italia, sulla sua capacità di attrarre (e conservare) investimenti dall’estero, sulla tenuta dello spread e, quindi, sugli interessi che ogni anno paghiamo sul nostro debito pubblico. I dati diffusi ieri dall’Istat sull’inflazione, ai minimi da tre anni, non lasciano sperare nulla di buono sul fronte della ripresa. Mentre, in Europa, il rallentamento della locomotiva Germania conferma il rischio di una nuova crisi economica a più ampio raggio. Alimentata anche dalle tensioni geopolitiche, dall’effetto Brexit e dall’offensiva di Trump sui dazi. Di fronte a tutto questo, è impensabile perdere la più grande acciaieria europea, un pezzo strategico del nostro sistema produttivo, lasciando ad ArcelorMittal la possibilità di recedere da un contratto già firmato dando alla multinazionale il facile alibi della cancellazione dello scudo penale previsto per i suoi manager. In gioco non ci sono solo 20mila posti di lavoro, ma la tenuta e il destino della nostra economia. Bene ha fatto, allora, il governo a metterci la faccia e a ingaggiare con la multinazionale franco-indiana una vera e propria battaglia giudiziaria. Dall’inizio della grande crisi del 2008 ad oggi abbiamo perso circa il 20% della nostra capacità produttiva. E la strada per tornare ai livelli pre-recessione è ancora lunga. Soprattutto se continueremo ad avanzare con i tassi di crescita attuali. Senza considerare, poi, che senza l’acciaio di Taranto, dovremo ricorrere alle importazioni, con tutte le conseguenze sul versante non solo degli approvvigionamenti ma anche dei costi di produzione. Per un Paese povero di materie prime, che ha già una bolletta energetica fortemente penalizzante, sarebbe un ulteriore elemento di debolezza. Far morire l’Ilva, in questo momento e con questi scenari, sarebbe un delitto perfetto, con tanti colpevoli e una sola vittima eccellente: l’intero sistema economico. •

di ANTONIO TROISE
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