giovedì, 27 giugno 2019
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05.05.2019

L’autonomia sfumata

Dunque, ricapitolando. Ottobre 2017, il referendum in Veneto ha visto trionfare la domanda di autonomia dallo stato centrale, nei modi previsti dalla Costituzione. Febbraio 2018, il premier Gentiloni, targato Pd, ha fatto in tempo a firmare un’intesa sull’autonomia differenziata con le tre regioni (Lombardia ed Emilia, oltre al Veneto) che l’avevano richiesta. Il governatore Luca Zaia esulta e non esita a definirla una giornata storica. Di lì a poco ci saranno le elezioni politiche e ancora non si sa che dalle urne sta per uscire un governo strambo, composto da forze politiche, Lega e 5 Stelle, che in campagna elettorale se l’erano date di santa ragione su tutto. Poi, sull’altare di un comune sentire populista, riescono a formare un governo che poggia le gambe traballanti su un contratto. Tra i punti condivisi «sarà prioritaria l’attribuzione per tutte le regioni che lo chiedono di maggiore autonomia in attuazione dell’art. 116 della Costituzione, portando a rapida conclusione le trattative attualmente aperte, con il trasferimento delle risorse necessarie». È fatta. Ma perché non ci siano dubbi, la Lega ottiene di insediare al ministero degli Affari regionali Erika Stefani, che fino al giorno prima aveva dato una mano a Zaia per fare cappotto al referendum. È passato più di un anno e si è capito che non si muoverà foglia. Il governo del cambiamento può ingannare tutti i veneti per qualche tempo, può ingannare qualche veneto per sempre, ma non può ingannare tutti i veneti per sempre. E anche i veneti, nel loro piccolo, s’incazzano. •

di MARINO SMIDERLE
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