giovedì, 04 giugno 2020
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06.07.2019

L’alto magistrato e il disonore

Che il procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio, fosse costretto a lasciare l’incarico per avere parlato al telefono di un’inchiesta di cui era a conoscenza con l’indagato per corruzione, il collega pm Luca Palamara, non si era mai visto nella storia della Repubblica. Il Capo dello Stato l’altro giorno ha preteso il doveroso passo indietro del secondo magistrato più alto in carica. È uno dei punti più bassi raggiunti dalla magistratura, cui spetta il compito di garanzia sociale insostituibile. I cittadini sono basiti per la bufera che sta mettendo a nudo il mercato delle cadreghe giudiziarie. Giusto ieri il nostro giornale ha scritto di un carabiniere condannato per avere rivelato a un amico il contenuto di un’informazione protetta ricavata dalla banca dati delle forze dell’ordine. Quisquilie rispetto al comportamento dell’alto magistrato. La sacrosanta uscita di scena di Fuzio, titolare dell’azione disciplinare contro tutti i magistrati e di diritto nel Csm presieduto da Mattarella, è la cartina di tornasole della degenerazione correntizia. Raramente una toga, fino a pochi giorni fa, poteva ambire ai più prestigiosi uffici giudiziari se non era iscritto a una corrente. Fuzio e Palamara, l’avete capito, appartenevano alla stessa corrente, Unicost. Intendiamoci, il magistrato è portatore di valori e di idee come qualsiasi cittadino. È ovvio. Nell’amministrare la giustizia non dovrebbe fargli velo l’appartenenza ideologica. L’Associazione nazionale magistrati, che non ha carattere politico, ha il compito di tutelare i magistrati. Anche dalle ingerenze della politica. Come quando un ministro spara a palle incatenate contro un gip perché emette un provvedimento che non gli garba. Dove il potere giudiziario è sottomesso a quello politico, pensiamo alla Russia, non esiste la libertà com’è intesa nei paesi democratici di ispirazione liberale. Di là i processi si aggiustano per non dispiacere al potente. Di qua tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Anche il procuratore generale della Cassazione. La separazione dei poteri è un dogma delle società più eque. La Costituzione attribuisce al magistrato autonomia e indipendenza, cardini irrinunciabili della giurisdizione. Un valore da custodire. Ma come al magistrato non si può impedire di entrare in politica, così gli si può, anzi gli si dovrebbe, impedire di tornare a indossare la toga, dopo avere indossato quella della faziosità partitica. Egli non dev’essere solo imparziale, ma deve apparire come tale. Ecco perché, al di là delle responsabilità che saranno eventualmente accertate, Fuzio e Palamara hanno disonorato la toga. •

di IVANO TOLETTINI
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