martedì, 25 giugno 2019
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29.03.2019

L’albero della cuccagna

Quando venne partorito il decreto Dignità, la scorsa estate, da più parti si sollecitò il governo, in particolare la componente grillina la più sorda a sintonizzarsi sulle esigenze delle imprese, al realismo e a modificare il provvedimento perché avrebbe irrigidito il mercato del lavoro. L’entrata in vigore slittò a novembre. Si scrisse che se l’esecutivo non avesse messo da parte l’ideologismo, con la domanda internazionale in calo anche per effetto della guerra dei dazi inaugurata da Trump, l’Italia sarebbe stata la prima a subirne le conseguenze. Con immediate ripercussioni sui conti statali perché il debito sarebbe aumentato e le entrate si sarebbero contratte. A dicembre i segni premonitori per un 2019 pesante per l’economia italiana a causa di un rallentamento della domanda aggregata (investimenti più consumi) c’erano tutti, perché le risposte del governo gialloverde continuavano ad essere inadeguate sul fronte della spesa per la seconda manifattura europea, che ha bisogno di forti stimoli di politica economica e non di sussidi elettorali. Alla fine di marzo, purtroppo, il Paese sta viaggiando non già verso un anno bellissimo, come auspicato dall’“avvocato degli italiani”, bensì horribilis, perché la crescita ben che vada sarà dello 0,1% e il ministro dell’economia Tria ha già chiesto il rinvio del Documento di economica e finanza (Def). Se pensiamo che il gabinetto Conte aveva previsto una crescita dell’1,5% del Pil per raggiungere gli obiettivi concordati con Bruxelles, ci si rende conto che l’intera manovra varata tre mesi fa appare già negli obiettivi come l’albero della cuccagna. Il grido d’allarme di Confindustria che auspica una scossa da parte del governo, dev’essere valutato con attenzione perché non riguarda solo le imprese, ma coinvolge l’intero tessuto economico sociale. Se gli imprenditori non investono e non assumono perché le rigidità introdotte li penalizzano, è l’intera catena del moltiplicatore economico che ne patisce. Così come i conti pubblici perché a forza di slogan e propaganda le incertezze si acuiscono. Il rilancio economico passa inevitabilmente attraverso riforme come quella fiscale, ma il debito pubblico che ha raggiunto i 2.371 miliardi di euro e lo spread a quota 256 sono una pesante ipoteca. Certo, fino a quando i numeri dell’economia non contageranno quelli dei sondaggi il rischio è che la situazione rimanga inalterata. Salvo innescare accelerazioni repentine sul contratto di governo quando si avvicinerà il precipizio. Ma allora saremo ancora in tempo? •

di IVANO TOLETTINI
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