domenica, 21 luglio 2019
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18.06.2019

I guai di Trump e i rischi con l’Iran

Salvini, già premier in pectore, è in missione in America. Una tappa obbligata per ogni leader italiano con grandi ambizioni. Ma non è un buon momento. Nell’agenda di Trump, infatti, al primo posto non c’è certo Roma ma l’Iran. Ancora non risuona un allarme diretto su scala internazionale ma la tentazione dell’«opzione militare» nel Paese a stelle e strisce è forte. E questa volta l’avversario è quello davvero «storico» per gli Usa. Un regime quello iraniano, il cui «padrone» reale, l’ayatollah Khamenei, sembra agire- o reagire- nel modo più pericoloso per la stabilità mondiale. L’ultimo gesto attribuitogli dagli Usa pare essere una serie di gesti provocatori nelle acque del Medioriente. Compresa la curiosa operazione di «sminamento» e di altri possibili «agguati» contro petroliere e altre navi in transito battenti bandiera di Paesi neutrali e assetati di petrolio come il Giappone. Il premier di Tokyo protesta e chiede soccorso a Trump. E il presidente americano potrebbe non vedere l’ora di alzare la temperatura della crisi. Ma a spingerlo verso l’interventismo non è il pericolo iraniano, bensì soprattutto i problemi interni. Quasi ogni giorno a Washington c’è uno scontro politico: Casa Bianca contro Congresso, legali contro legali, almeno un paio al giorno di dimissioni o licenziamenti. La contesa più importante in questi giorni e settimane è quella con la Cia e con l’Fbi, che Trump taccia di incompetenza e i cui dirigenti, passati e presenti, si accostano a quell’ala della magistratura che insiste nelle indagini, incoraggiata dagli ambigui risultati delle grandi inchieste. I repubblicani, intimoriti forse ancor più del presidente, sanno che in questo momento occorre restargli fedeli. Fra i democratici invece continua a crescere la tentazione dell’impeachment. A sconsigliarlo è quasi solo il loro leader attuale Nancy Pelosi, che ribatte che sarebbe meglio attendere la scadenza elettorale del novembre 2020, anche nell’interesse nazionale. Contro la ribadita saggezza di Lady America si erge ora un nuovo argomento: Trump potrebbe approfittare di quei diciotto mesi per completare l’«epurazione» che sta già conducendo nelle più alte cariche dello Stato, a cominciare dalla Corte Suprema, riempiendole di suoi «fedeli», destinati a durare per molte legislature. Per distogliere l’opinione pubblica da questo dibattito cosa c’è di meglio di una «crisi iraniana»? La storia insegna. •

di ALBERTO PASOLINI ZANELLI
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