giovedì, 12 dicembre 2019
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19.06.2019

Globalizzazione in salsa trumpiana

Diavolo di un Trump. Non fa sconti a nessuno. Nemmeno all’algido “super-Mario” Draghi che, dalla tolda di comando della Bce per tenere a galla il vecchio Continente ha deciso di gettare un po’ di benzina sul focherello dell’inflazione e rimettere in moto un’economia col freno a mano tirato. Le armi a sua disposizione non sono così potenti come quelle della Fed. Ma il numero della Banca Centrale è pronto a riprendere fra le mani il bazooka del Quantiative Easing (l’acquisto di titoli pubblici dei Paesi più indebitati) e a lasciare invariati i tassi di interesse per dare ossigeno agli investimenti. Quanto basta per indebolire l’euro nei confronti del dollaro e agitare il ciuffo biondo del tycoon americano, che spinge il Made in Usa.Il duello scoppia al termine della missione americana del leader della Lega, Matteo Salvini. Una visita carica di simboli, quasi da premier in pectore. Il vicepremier del Carroccio si è presentato alla Casa Bianca come l’alleato forte, sul quale poter contare. E con il quale condividere quell’impasto fra sovranismo trumpiano e anti-europeismo leghista amalgamato da un unico ingrediente: il taglio delle tasse. Tutto bene se non fosse che le parole della politica non coincidono con i numeri dell’economia. E le statistiche ufficiali ci dicono che il gigante americano continua a viaggiare con tassi vicini al 4%, livelli che gli europei neanche si sognano, inchiodati nel limbo della mini-crescita. Per non parlare della disoccupazione, che negli Usa è ai minimi storici. Ma, c’è un altro paradosso passato quasi inosservato. Nel report di fine maggio dell’amministrazione americana dedicato ai “Paesi canaglia” sul fronte della concorrenza sleale, oltre alla Cina sono finiti, un po’ a sorpresa, anche Germania e Italia, pur non avendo monete proprie. E allora? Il problema è che i criteri adottati per valutare la possibile manipolazione valutaria, sono diventati più restrittivi e sotto osservazione sono finiti gli scambi bilaterali con gli Usa oltre i 20 miliardi di dollari, con surplus di parte corrente superiore al 2% del prodotto interno lordo. Da questo punto di vista, Draghi difende anche i nostri interessi. Ma c’è un’ultima considerazione. Nella nuova strategia del protezionismo, una volta di più contano i numeri: una battaglia fra giganti, dove c’è poco spazio per i nazionalismi europei. Solo se l’Ue si muoverà unitariamente e senza fughe isolate, potrà sedersi al tavolo delle trattative. Altrimenti, saremo vittime predestinate della nuova globalizzazione in “salsa trumpiana”. •

di ANTONIO TROISE
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