martedì, 22 settembre 2020
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24.11.2019

Brutali omicidi e non amori malati

Non poteva essere più drammatica la vigilia della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne istituita dall’Onu: proprio domani ricorrono i vent’anni di quest’anniversario sempre più necessario contro la discriminazione e per la parità di genere, cioè per esigere il rispetto universale di un «diritto umano» tanto platealmente e spesso violentemente violato ovunque. Anche in Italia, dove in Sicilia s’è registrato l’ennesimo assassinio di una donna, mentre a Roma un corteo senza bandiere di partito sfilava all’insegna del «non una di meno». Tristissima realtà, se si pensa che a una giovane residente a Palermo - trent’anni lei, cinquantuno lui - non è bastato neppure implorare l’uomo sposato con cui aveva una relazione («fermati, aspettiamo un bambino, ti amo», gli ha gridato con tutta la forza della voce, il suo unico e ultimo scudo di difesa), per avere l’esistenza risparmiata: è stata inseguita per strada, bastonata e uccisa con almeno dodici coltellate. E per favore attenzione alle parole. Questo si chiama brutale omicidio, non un amore malato o finito male, né un raptus. Basta con gli errori semantici, che rivelano un approccio sbagliato a un fenomeno criminale da sradicare. «Femminicidio», fin dal vocabolario bisogna ricominciare per cercare di capire l’incomprensibile: com’è possibile che, nonostante la crescente consapevolezza della società per fermare la violenza alle donne e malgrado l’accresciuto rigore della legislazione nel punire i reati e soprattutto nel tentativo di prevenirli in tempo, i dati indichino, invece, il contrario. Non solo non si riesce ad abbassare la tragica media di un delitto ogni tre giorni, ma ogni quarto d’ora si registra un reato contro le donne. È come se il grande dibattito e le norme più severe che ormai da anni cercano di riequilibrare il rapporto uomo/donna e di colpire ogni discriminazione di genere, abbiano prodotto risultati modesti e del tutto insufficienti. Forse perché bisogna partire prima e meglio: dai ragazzi e dalle scuole, non solo da una più incisiva e trasversale azione politica e dalle iniziative pur importanti che sono state adottate in Parlamento. Educazione e legislazione devono procedere insieme. Ma intanto è fondamentale trasmettere i valori del rispetto già in famiglia e fin dai banchi di scuola. Puntare sulle nuove generazioni e sul codice penale per cambiare il mondo anche nel nostro Paese. •

di STEFANO VALENTINI
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