lunedì, 21 settembre 2020
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05.02.2020

Antidoto alla paura

Anche gli aridi mercati finanziari hanno un’anima e nella fredda economia pulsa un cuore invisibile: perciò i conti s’ammalano di panico, che è il sentimento più umano, ma spesso irrazionale che ci sia. Lo spettro del coronavirus che s’aggira per il mondo col suo tragico conteggio dei morti e i temibili contagi di un’epidemia che se ne infischia delle frontiere, sta già «influenzando» i rapporti commerciali e produttivi del pianeta oltre ogni previsione. Ma soprattutto oltre ogni ragionevolezza, se si pensa che, in attesa del vaccino a cui la scienza lavora, gli esperti spiegano che questa infezione è molto meno letale della famigerata Sars. Pur diffondendosi in maniera ben più estesa dopo essere sorta con troppi misteri in Cina, l’immenso Paese oggi sempre più isolato dal mondo inquieto e intento a proteggersi. Dunque, preoccupazione e allerta massime, come testimoniano le doverose misure sanitario-istituzionali prese anche nel nostro Paese. Ora negli aeroporti sarà obbligatorio il controllo termico dei passeggeri con lo scanner. Ma attenzione a non restare vittime, oltre che della malattia minacciosa- e guai a sottovalutarla- della paura: è l’unico morbo senza antidoti né rimedi in medicina. Invece è proprio quello che sta accadendo nell’era spaventata della globalizzazione, quando quel che succede tra gli affranti abitanti di Wuhan, il capoluogo-focolaio nella Cina centrale dove il tempo sembra essersi fermato, è vissuto come se avvenisse dietro l’angolo di casa. E così da Shanghai a Tokyo le Borse precipitano: rispetto ai pericoli, al dolore e alla corsa scientifica per alleviarli, prevale il terrore per l’ignoto. Comprensibilmente l’Europa cancella per prudenza i voli per la Cina, ma con conseguenze immaginabili per milioni di cittadini, impossibilitati a viaggiare per lavoro, famiglia, turismo. Notevole è pure l’interscambio fra Italia e Pechino: 44 miliardi di euro all’anno. Per i cinesi, poi, il nostro Paese è il secondo in Europa più frequentato per turismo dopo la Francia, ma addirittura il primo al mondo da essi sognato, secondo ricerche, come mèta ideale. Importante è anche l’apporto della comunità cinese in Italia: è la terza (quasi 310.000 persone), ma seconda per intraprendenza di imprese individuali. Al di là del coronavirus e dell’impegno universale per debellarlo come in passato sono state sconfitte ben più gravi epidemie, la «sindrome cinese» s’abbatte anche sulle impaurite economie. •

di FEDERICO GUIGLIA
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