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10.02.2012

Due pazienti morirono «Sei anni al medico»

L'ospedale San Bortolo
L'ospedale San Bortolo

Cristina Genesin PADOVA Per il pubblico ministero Renza Cescon non ci sono dubbi. Il medico Paolo Rossaro è colpevole della morte di Cristian Trevisan e di Anna Maria Tosin, i due pazienti vicentini di Pojana Maggiore e Caldogno che si affidarono a lui per guarire dal cancro. E che, non adeguatamente informati e fiduciosi nel medico con ambulatorio nel Padovano ad Albignasego, respinsero interventi chirurgici seguiti da chemio o radioterapia, accettando percorsi terapeutici alternativi a base di integratori, vitamine e siero di Quiton, un'acqua oceanica. Metodi alternativi applicati al di fuori di qualsiasi protocollo sanitario scientificamente riconosciuto che non frenarono la progressione del male, accelerando il decesso se non impedendo la guarigione. Ecco perché ieri il pm ha chiesto la condanna a 6 anni di carcere del medico 60enne, residente a Polverara, presente in aula accanto ai difensori. È una storia dolorosa, ricostruita a partire dalla scoperta della malattia di Cristian, camionista di Pojana Maggiore, ucciso a 36 anni il 14 dicembre 2007 da un linfoma di Hodgking giudicato guaribile nell'85% dei casi, e di Anna Maria, 50enne di Caldogno, colpita da un tumore al seno che la fa morire il 13 ottobre 2006. Il pm Cescon accusa Rossaro di essersi sempre manifestato contrario a chemio e radioterapie, considerate prodotti tossici per il corpo, individuando in cause psicologiche, come l'autosvalutazione di se stessi, le radici del tumore. Da qui l'applicazione della cosiddetta terapia Hammer, dal nome del medico tedesco Ryke Geer Hammer (padre di Dirk, ucciso da Vittorio Emanuele di Savoia sull'isola di Cavallo in Corsica nel 1978), per il quale le patologie tumorali costituirebbero la reazione dell'organismo a uno choc psicologico. Perciò nessuna chemioterapia, nessun intervento chirurgico. Solo composti di tipo vitaminico e sostegni psicologici. In aula è stata ricordata la sofferta testimonianza di Cristian, che denunciò Rossaro dopo averne seguito le indicazioni terapeutiche per più di due anni e fu interrogato dal pm prima di morire. Quando si rivolse ai medici del San Bortolo di Vicenza era troppo tardi. Nel dicembre 2006 stava sempre peggio: aveva febbre, perdeva peso, non si reggeva in piedi. «La febbre? Meglio, perché aiuta a eliminare il tumore», avrebbe garantito Rossaro insistendo sul fatto che il metodo Hammer aveva un'alta percentuale di guarigione, mentre la chiemio rischiava di “bruciare” il paziente ed era frutto di una lobby fra case farmaceutiche. Anche Tosin, che non voleva ricorrere alla chirurgia, era convinta di guarire con quelle cure. «Pur di fronte all'ingrossamento del seno e al dimagrimento della paziente, il dottor Rossaro non ha prescritto alcun accertamento, salvo nell'estate del 2006 un'ecografia epatica da cui risultavano evidenti metastasi. A fronte di questo allarmante esito, il medico nulla ha fatto o meglio ha persistito nel rassicurare la paziente che la guarigione era in corso, ingannandola e influenzando la sua adesione alle cure prestate» tanto che «nell'ottobre 2006, a una settimana dal decesso, la paziente era convinta di poter guarire». A fine marzo il verdetto

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