07 luglio 2020

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17.03.2020

Un antivirus
«Caro diario»

Mariapia Veladiano
Mariapia Veladiano

l tempo scorre. Forse troppo lentamente rispetto al solito. Perchè non fermarlo scrivendo? Nel millennio digital, sembra un’azione d’altri tempi. Nell’anno del coronavirus può essere un modo per esorcizzare la paura. Ecco che si aprono i giorni del diario, uno strumento che allena la mente e può aiutare tutti, dai bambini agli anziani, a fissare i proprio pensieri. Quelli che non tornano, come le storie su Instagram che durano 15 secondi e scompaiono dopo 24 ore. Ne parliamo con Mariapia Veladiano, affermata scrittrice, già preside e docente, che al tema del diario è molto affezionata.


Milioni di alunni e studenti sono a casa. Il diario della loro “reclusione” è una proposta a loro sconosciuta? 
Una qualche forma di diario i ragazzi la scrivono già. Quando venivano in presidenza da me a protestare per il peso degli zaini, ai genitori dicevo sempre di pesare il diario e l’astuccio dei figli. Hanno diari smisurati che non corrispondono di sicuro al bisogno di scrivere i compiti per casa. Sono diari della loro vita, con frasi prese dal web, immagini incollate, disegni fatti con pennarelli coloratissimi, dorati, argentati, fluorescenti, quelli che gonfiano gli astucci. Infatti i ragazzi diventano giustamente furiosi se un insegnante prova a sbirciare. E’ un diario con poche parole comuni scritte per esteso. Si tratta di abbreviazioni, acronimi, lo stesso linguaggio che usano su whattsapp. Se posso dire, la forma moderna del diario personale dei ragazzi e delle ragazze è oggi quella di instagram, il meme, fatto con un’immagine e qualche parola abbreviata o un acronimo. 


Ma cos’ha di diverso il racconto del giorno per giorno?
E’ chiaro che è diverso dal diario fatto di sola scrittura, che in tanti conosciamo, di Anna Frank, Wirginia Woolf, Etty Hillesum, per ricordarne alcuni. Oppure dai diari personali di famiglia, quelli che troviamo, bellissimi, in fondo agli scatoloni soffitta quando muore qualcuno e mettiamo ordine. Sono preziose piccole forme di eternità. Ci lasciano qualcosa che è un mondo e ci regalano la grazia di entrare in quel mondo. Non c’è libro di storia o trattato che possa fare il miracolo di consegnarci il passato come un diario. Perché ci sono le emozioni nelle parole del diario.

 

Perchè per scrivere bisogna “fermarsi”?
Pensare, parlare e scrivere sono operazioni che hanno regole interne molto diverse e ci portano a consapevolezze diverse. Lo sanno anche gli studenti che magari non rispondono bene a un’interrogazione e però dicono: “Ho studiato tantissimo e mi sembrava di avere capito”. E’ vero. Il pensiero può avere intuito ma non ha presente tutti i passaggi che invece vengono richiesti nella fase di verbalizzazione. La scrittura è un passaggio ulteriore. Il diario ci ferma, chiede l’essere soli, ci restituisce la consapevolezza di essere pieni di valore. Non possiamo scrivere un diario in corsa. Ci serve la parola, quella giusta, per trovarla dobbiamo cercare, scegliere, scartare. L’azione dello scrivere ha una sua solennità. Consegno qualcosa alla carta e questo rimane. La rilettura può lasciare insoddisfatti e allora si cancella e si cerca l’espressione migliore del nostro pensiero. Abitua all’osservazione dei fatti. E ci sottrae dal macinare il presente in modo distratto.


I diari di guerra ci hanno consentito di conoscere, anche a distanza di cento anni, l’altro volto dei conflitti, quello umano. Il diario dei giorni del coronavirus invece?
Direi che in un tempo in cui siamo fermi il diario è un modo di dar valore a questo rallentamento. Fra l’altro, è un tempo eccezionale il nostro. Per cui sarà un diario di tempi eccezionali. Da rileggere e da consegnare a chi viene dopo di noi. Ma sicuramente in un tempo così può essere la scoperta di un piacere nuovo, difficile da scoprire quando si è in corsa, cioè il piacere di essere preziosi, per noi stessi, di trovare il tesoro di un tempo rallentato, fatto di attenzioni che non eravamo più capaci di avere o che, per i giovanissimi, che non hanno mai ancora conosciuto. 


Può davvero essere terapeutico anche per bambini e ragazzi? Che magari possono usare anche una delle tante app per tenere in ordine i loro pensieri sul computer?
Sono giorni di emozioni fortissime e anche nuove per la maggior parte dei ragazzi nostri. Solo i loro compagni arrivati da immigrati, da zone di guerra e fame hanno conosciuto davvero la paura, paura di perdere la vita, di non avere un futuro. L’Occidente ha vissuto – credo con una buona dose di incoscienza, perché la fragilità è la condizione normale della nostra umanità – nella sicurezza di un progresso, almeno materiale, immaginato come infinito. Credo che il diario aiuti moltissimo ad essere consapevoli e insieme a prendere le distanze dall’ansia. La scrittura è mediazione, rispetto alle emozioni. E’ poi anche scoperta di sé e degli altri. Nello scrivere si comprendere e comprendere è sempre un modo di vivere più consapevole. 

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