30 maggio 2020

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11.01.2017

BRUCE
40 ANNI
DI CORSA

Bruce Springsteen in concerto, in uno dei suoi celebri passaggi con la chitarraLa copertina dell’autobiografiaBruce Springsteen in concerto, in uno dei suoi celebri passaggi con la chitarraLa copertina dell’autobiografia
Bruce Springsteen in concerto, in uno dei suoi celebri passaggi con la chitarraLa copertina dell’autobiografiaBruce Springsteen in concerto, in uno dei suoi celebri passaggi con la chitarraLa copertina dell’autobiografia

«Ho lasciato abbastanza sudore sui palchi di tutto il mondo da riempire almeno uno dei sette mari, e sono più di quarant’anni che spingo me stesso e la mia band fino al limite e oltre...». Basterebbero queste poche parole per convincere un lettore curioso a comprare Born to Run la biografia di Bruce Springsteen, (Mondadori, 536 pagine 23 euro, anche in formato e-book, ottimamente tradotto da Michele Piumini), figurarsi un fan accanito del rocker di Freehold, New Jersey.

È dal 2009 che Springsteen lavora a questo libro, il «suo» libro, dopo la straordinaria esperienza al 43° Superbowl a Tampa, in Florida.

Suonare davanti ad un pubblico formato da migliaia di persone per la E-Street Band e il suo Boss è una «normalità», ma farlo in diretta tv davanti a milioni di americani deve aver toccato Bruce nel profondo. E allora via ai ricordi segnati su dei quaderni di appunti che, non può essere diversamente, Bruce tiene da qualche parte bene in ordine strettamente temporale nella sua libreria.

Freehold è una cittadina del New Jersey dove l’unico mondo reale è quello che corre sulla interstatale 33, e per il giovanissimo Bruce la folgorazione arriva una domenica del 1956. All’Ed Sullivan Show sulla Cbs, c’è Charles Laughton che sostituisce il titolare vittima di un incidente.

All’attore inglese tocca il compito di presentare «l’autentica religione della vita!» di Bruce: «Ladies and gentlemen… Elvis Prelsey». La vita di Springsteen cambia di colpo. Bruce è una miscela esplosiva di italiani e irlandesi, mescolata in parti uguali, con la mamma Adele legata alle tradizioni cattoliche italiche e il padre Dough chiuso in un mondo tutto suo, dove la famiglia è il posto per ricoverare tutte le sue fobie e maledizioni, sempre nel silenzio più assoluto tra una birra e una sigaretta dopo l’altra, e mai una parola di incoraggiamento o di amore verso il ragazzo.

La casa in Main Street non è una reggia, e i genitori decidono di trasferirsi così in California. Allora le band dei Castiles prima (dove incontra Steven Van Zandt, il suo alter ego) e gli Steel Mill dopo, sono il logico e naturale sfogo del ragazzo italo-irlandese, che a quel tempo sognava solo di sbarcare il lunario suonando la sua chitarra nei bar della Jersey Shore e nulla più. Born to Run, titolo logico diranno alcuni, inevitabile secondo altri, prima di tutto è la storia di un uomo, dove il Rock la fa da padrone certo, ma è contestualizzato alla crescita, soprattutto umana, di Bruce.

L’Upstage Club, i primi incontri con Danny Federici, Clarence Clemons e Garry Tallent, i musicisti che diventeranno, poi, la spina dorsale della E-Street Band, la più perfetta e micidiale macchina Rock della storia.

Gli incontri con Mike Appel, il furbo e scaltro primo manager, e Jon Landau, il manager vero e l’amico sincero fino all’osso, l’uomo che scrisse di aver «visto il futuro del Rock ‘n’ Roll», etichetta che Bruce ancora adesso è restio ad accettare.

La realtà, però, è dura e si deve combattere ogni giorno per portare a casa i dollari che servono per pagare l’affitto e mangiare, e anche se qualche volta Bruce con gli amici dorme sulla spiaggia, beh non è poi male.

È in questo contesto che agli inizi degli Anni Settanta, Bruce ha la sua prima audizione a New York per un contratto discografico. Prima, però, c’è da pagare il pedaggio di un dollaro sul Lincoln Tunnel.

Springsteen in qualche maniera racimola le monetine necessarie e la signora al casello lo apostrofa con un bel «… per questa volta, passi. Ma guai a te se ci riprovi!». Greetings from Asbury Park, N.J. e The Wild, The Innocent and The E-Street Shuffle, i primi due lavori di Springsteen non portano “quasi” a nulla, se non ad affinare giorno dopo giorno la sua tecnica e la sua voglia di Rock. È con Born To Run che il figlio di Adele, finalmente, fa capire di che pasta è fatto. La E-Street Band ha la sua connotazione definitiva e la vendite iniziano a diventare importanti.

Bruce, cambia, capisce che oltre alle ragazze, alle highway infuocate, c’è “anche” qualcosa di più importante. Scopre anche le sue fobie, le sue difficoltà ad affrontare certe situazioni personali, lasciate per troppo tempo a decantare sulla sua coscienza. Darkness On The Edge Of Town, prosegue il discorso di Born ma è un disco di un «samurai pronto alla lotta», e The River chiude la trilogia con le sue storie di amore, matrimonio e famiglia, temi prima di allora completamente sconosciuti al canzoniere di Bruce. Nebraska, al contrario, è il primo segnale della «fragilità umana» del Boss, che si fa apprezzare anche in versione acustica e a bassa fedeltà di registrazione.

Ma il successo mondiale arriva con Born in The Usa, dove tutte le canzoni escono come singoli e molte di loro, ancora oggi, sono state fraintese se non capite a fondo.

Nelle pagine di Born To Run, Springsteen ha soprattutto il coraggio e la forza morale di mettere a nudo tutte le sue paure, le sue ansie per una depressione che, sinceramente, in pochi potevano immaginare vista la sua vitalità, la sua forza e la sua esuberanza sui palcoscenici di tutto il mondo.

E poi tutti gli altri suoi lavori, e le inarrestabili esibizioni live, dove The Rising ha sicuramente un posto profondo e di rilievo, scritto dopo la tragedia dell’11 settembre 2001. Quello che a Springsteen non sono mai mancate, però, sono la forza di volontà, la determinazione, la voglia di conoscere e la fame di sapere, oltre ad una enorme dose di fantasia e capacità nello scrivere canzoni, che sono delle vere e proprie sceneggiature in miniatura.

Mai banale, sempre “attento” a quello che gli succede intorno, Bruce sembra trovare la calma con il matrimonio con Patti Scialfa, sua corista dal tour mondiale di Born In The Usa, e dai loro tre figli Evan, Jessica e Sam.

Ed è proprio Patti che riesce a fermare «la mia tristezza quando arriva. A volte lei si ritrova davanti un treno in corsa pieno di nitroglicerina», e solo lei riesce sempre a cogliere quella scintilla di «normalità» che serve a rallentarlo e a tenerlo sui binari.

Sono quarant’anni che Bruce porta in giro per il globo la sua E-Street Band. Nel tempo ha perso Danny Federici e Clarence Clemons, forse le due anime ribelli della band, ma senz’altro quelle più amate.

E Bruce è ripartito ancora una volta, incurante di tutto e di tutti, perché se il palco è la sua vera casa, ha sempre quella voglia «di scappare per vincere» che gli brucia l’anima in Thunder Road.

Scritto senza un supporto professionale, Born To Run è credibile dalla prima all’ultima pagina, particolareggiato e denso di quell’umorismo e sarcasmo che Bruce usa sempre anche in concerto, vuoi per difendersi, vuoi per mostrarsi più vero che mai.

I suoi fedelissimi fan in giro per il pianeta hanno ragione: «Il mondo si divide in due tipi di persone: quelli che amano Bruce Springsteen e quelli che non lo hanno mai visto dal vivo!».

«Un passo avanti e due indietro», perché per essere «l’ultimo a morire» c’è sempre tempo.

Luca Sguazzardo
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