22 febbraio 2020

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26.01.2020

AUSCHWITZ AVEVA UN ANGELO

L’ingresso del campo di sterminio nazista ad  Auschwitz-BirkenauLo scrittore Frediano SessiLa copertina del libro
L’ingresso del campo di sterminio nazista ad Auschwitz-BirkenauLo scrittore Frediano SessiLa copertina del libro

Stefano Biguzzi Lo sconfinato giacimento della memoria che custodisce i destini dei milioni di esseri umani travolti e cancellati dalla Shoah (domani sarà il Giorno della memoria) è uno degli strumenti più validi per cogliere l’unicità di un progetto genocida senza precedenti. Mai come di questi tempi dunque, di fronte ai penosi tentativi di ridimensionare lo sterminio degli ebrei d’Europa contrapponendogli altri eventi del tutto diversi per natura ed entità, estrarre da quel giacimento la storia di una vita e proporla al grande pubblico si pone di fatto come una testimonianza di impegno civile che trascendendo la mera dimensione saggistica contribuisce ad alzare l’argine contro l’antisemitismo e i suoi eterni presupposti: indifferenza, ignoranza e menzogna. La storia è quella dell’ebrea polacca Mala Zimetbaum e a narrarla ne “L’angelo di Auschwitz” (Marsilio, 174 pagine) è Frediano Sessi, autore che a queste tematiche si dedica con grande competenza e prestigiose pubblicazioni. L’autore sarà domani alle 20,30 a palazzo Festari, corso Italia 63 a Valdagno, con il team Guanxinet; con lui dialogherà Eliseo Fioraso. Incrociando il taglio narrativo a un rigore storico che gli consente di ricostruire con convincente approssimazione anche i passaggi meno ricchi di fonti documentali, Sessi ci regala uno straordinario e commovente ritratto di questa giovane donna che con la forza dell’amore seppe sfidare il Moloch nazista fin nel più oscuro meandro della sua tana, la fabbrica della morte di Auschwitz-Birkenau. Nata nel 1918 e riparata con la famiglia in Belgio alla fine degli anni Venti lasciando una Polonia avvelenata di antisemitismo, Mala «sorridente e coraggiosa» come la ricorda chi la conobbe, affronta il percorso comune a tanti esuli fuggiti verso ovest per scampare a pogrom, guerre e persecuzioni; un percorso che dal 1940 il dilagare delle armate hitleriane arresta bruscamente mutando il piano inclinato destinato a compiersi nella piena integrazione in uno scivolo verso l’annientamento. Schedata, marcata con la stella gialla, rinchiusa in un carcere belga, Mala viene deportata ad Auschwitz nel settembre del 1942 con un convoglio di 1047 prigionieri dei quali se ne salveranno solo 25. E proprio alle soglie della “soluzione finale” la vicenda di questa donna si stacca dall’”ordinaria amministrazione” del genocidio per raccontarci della sfida più terribile che si potesse lanciare ai carnefici, una sfida per certi versi ancor più coraggiosa e difficile di quella rappresentata dal sopravvivere, ovvero non farsi cancellare come persone ma restare degli esseri umani trovando ancora la forza di amare e fare del bene. Superata la prima selezione infatti, Mala, scelta per la sua conoscenza del tedesco dalla famigerata SS Maria Mandl come interprete e portaordini nella sezione femminile di Birkenau, decide subito di mettere a frutto questa posizione per aiutare e salvare dalla morte le altre deportate riuscendo con pericolosi stratagemmi a sottrarle ai lavori più pesanti, a rifornirle di medicinali o a farle restare più a lungo in infermeria. «È difficile che nella vita comune uno naufraghi senza che nessuno gli tenda una mano, anche simbolicamente. E invece era la regola», chi cadeva andava fino in fondo, non c’era più nulla, nulla che lo arrestasse, nessun ramo che lo arrestasse»: a questo “mors tua vita mea” descritto con tanta efficacia da Primo Levi, Mala riesce a opporsi serbando integra la sua bontà, e se di frequente i Prominenten, i prigionieri privilegiati, non esitavano a trattare con durezza i compagni per non perdere i favori delle SS e con essi una vaga possibilità di salvezza, lei sceglie la direzione contraria attraverso una sua personale forma di resistenza che consiste appunto, a costo di rischi inimmaginabili nello spendersi per gli altri, nell’infondere speranza, nel tenere vivo un barlume di umanità. A lungo andare però il quotidiano carico di orrore logora anche l’animo di Mala che proprio per la sua grandezza patisce il senso di colpa per trovarsi in una condizione migliore rispetto alle altre compagne e quello, ancor più straziante, per non riuscire a salvare tutte quelle che vorrebbe. In questo scenario emotivo Sessi colloca le ultime pagine epiche di un’esistenza votata agli altri: l’evasione - prima donna a riuscire nell’impresa - insieme a un altro giovane prigioniero, Edek Galinski, al quale si era legata sentimentalmente, la cattura dopo una fuga disperata durata pochi giorni, e la condanna a morte, ricostruita attraverso un caleidoscopico intersecarsi di testimonianze dal travolgente impatto emotivo. Sotto il patibolo la Zimetbaum lancia la sua ultima sfida al male assoluto tagliandosi i polsi con una lametta e schiaffeggiando l’ufficiale delle SS che arringava le prigioniere costrette ad assistere all’esecuzione. Trascinata via, Mala verrà gettata nel forno crematorio dopo esser stata finita, ma non è certo, con un colpo alla nuca mentre poco lontano Edek veniva impiccato. «Povera Mala! La nostra grande, buona, elegante e coraggiosa Mala. Piangevamo quasi tutte, scosse da questo orribile dramma. Selvaggi, banda di selvaggi, come osate fare questo! Si vorrebbe gridare, urlare, colpire quei mostri, ma si resta là impotenti, affrante, annientate». Segreti ammiratori e potenziali emuli di «quei mostri», più o meno mimetizzati sotto le più svariate bandiere, sono ancora tra di noi. Tramandare il nome di Mala e raccogliere il testimone del suo umanesimo eroico è un ottimo modo per combatterli. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Stefano Biguzzi
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