31 marzo 2020

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09.02.2020

L’UBALDO GENEROSO GUASCONE

Ubaldo Oppi in treno alla fine degli Anni Quaranta Da sinistra: Ubaldo Oppi, il flautista Francesco Elsi, Giuseppe De Mori giornalista e Adolfo Giuriato poeta Il ritratto che Oppi fece ad Emanuele Zuccato nell’agosto 1940
Ubaldo Oppi in treno alla fine degli Anni Quaranta Da sinistra: Ubaldo Oppi, il flautista Francesco Elsi, Giuseppe De Mori giornalista e Adolfo Giuriato poeta Il ritratto che Oppi fece ad Emanuele Zuccato nell’agosto 1940

In Basilica Palladiana lo possiamo conoscere attraverso i suoi dipinti, ma com’era Ubaldo Oppi di persona? Un prezioso “ritratto” colto da molto vicino, quando negli anni Trenta era rientrato definitivamente a Vicenza e lo si poteva incontrare avvolto nella caratteristica tuta blu da operaio diventata ormai la sua divisa, ce lo fornisce Emanuele Zuccato fra le pagine di “Vicenza di ieri” (Consonni Editore, 1964). In quell’affettuosa opera memorialistica, lo scrittore-farmacista di Polegge seppe raccontare anche tanti artisti frequentati a lungo, tutti legati da profonda amicizia. Eccoci dunque trasportati alla fiaschetteria “Da Gobbo” in contrà Cesare Battisti, dove Zuccato fissa l’appuntamento per un ritratto che vuole commissionare al pittore e questi, dopo aver ordinato il rituale quartino, gli fa: «Adesso permetti che dia un’occhiata ai giornali. Prima, nella mia augusta povertà, mi faccio una sigaretta. Allora Ubaldo - continua Zuccato – estratta da una tasca dell’azzurra tuta la sua inseparabile scatola di latta piena di biondo tabacco, si accinse con mano esperta da diuturna pratica alla confezione della dolce, velenosa amica. Poi, tra una boccata di fumo e un sorso di vino, si diede a scorrere i giornali; cosa che faceva puntualmente e meticolosamente ogni mattina (…). Leggeva, brontolava, commentava. Infine concludeva: “Partiti, odio, antagonismi; tutti ci salvano, tutti vogliono salvarci. Che bona zente! Purché resti salva la mia Italia: gli uomini passano, l’Italia resta”». Era un personaggio noto in città, però «selezionava le sue conoscenze in modo duro e deciso. Talvolta, ad uno scocciatore che lo annoiava con lunghi discorsi e ragionamenti, dopo averlo lasciato dire per qualche tempo chiedeva brusco: “E i ciclisti?”. L’altro lo guardava confuso e stupito: “Come, i ciclisti?”. “Sì, e i ciclisti?” chiedeva ancora Ubaldo. Allora l’amico capiva l’antifona e se ne andava mogio mogio». Certe volte, accadeva anche di peggio. Come quando, all’osteria “Dal Fornareto” vicino al Cimitero, «una brigata di giovinastri un po’ alticci» lo avvicinò prendendosi troppe confidenze e allora, rivolgendosi verso il più insolente, «la quadrata faccia di Ubaldo, con la possente mandibola sporgente, divenne dura e feroce come quella di un mastino, ed alzatosi di scatto, memore delle lezioni di pugilato avute a Parigi, con un potente diretto sul mento mandò il malcapitato a ruzzolare sotto ad una tavola» soggiungendo, dopo che l’importuna comitiva se l’era data a gambe: «Poro can, che ghe gabia fato tanto male?». Naturalmente, non andava sempre così, perché «sebbene battagliero e guascone, aveva l’animo buono, delicato, sensibile e generoso. Nella sua “augusta povertà” come diceva lui, sapeva essere un gran signore ed il danaro, tanto amato e disprezzato, quando lo guadagnava – e ne guadagnò moltissimo – si dissolveva nelle sue mani, talvolta anche per generosamente e delicatamente soccorrere». Non amava mischiare arte e mercato. Come quella volta in cui “una personalità politica” gli aveva chiesto un ritratto a figura intera “in alta uniforme” e Oppi sparò la richiesta di trentamila lire, e cioè: «Ventimila lire per la divisa, seimila lire per la feluca e le decorazioni, tremila per lo spadino e le scarpe. Rimane la testa – disse -, quella mettiamola poco: mille lire». Cosicché, ovviamente, l’incarico sfumò. Secondo l’amico scrittore, «il giudizio degli altri, tanto più se profani, lo irritava e lo spingeva a fare il contrario. Anche quando stava affrescando la chiesa di Bolzano Vicentino, agli elogi entusiasti dell’ottimo arciprete don Albano Dovigo per un San Francesco orante a mani giunte rispondeva: «El ghe piase a lu. Alora no’l me piase a mi». E cancellava tutto per rifare poi il San Francesco a braccia aperte». Per il medesimo motivo, il pittore cambierà il ritratto chiestogli da Zuccato. Ecco come Emanuele narra la seduta di posa: «Lo studio di Ubaldo Oppi era situato in piazzetta Gualdi, al pianoterra del palazzo Zilio. Vi si accedeva per un portone sempre chiuso, ché, se non per ragioni di lavoro, essere ammessi nel tempio dell’artista era un privilegio riservato a pochi (...). Entrai nello studio: un ampio camerone malamente illuminato. Sulla parete destra, sino alla metà di quella di fronte, una lunga, bassa libreria zeppa di volumi. Dò un’occhiata: Dante, Omero, Virgilio, San Francesco, San Paolo, San Tommaso, Sant’Agostino, Machiavelli, Alfieri, Leopardi e, al posto d’onore, Pascoli, il poeta prediletto da Ubaldo. Poi gli stranieri: Heine, Goethe, Schiller, Nietzsche, Shakespeare, Verlaine, Rimbaud, Baudelaire, ecc. ecc. Gran parte della letteratura mondiale, antica e contemporanea, vi è rappresentata». Al centro della stanza, sta un’opera in lavorazione: «La grande pala del “Sacro Cuore”, posta poi nella chiesa dei Filippini. Ubaldo vi si stava prodigando da tempo, sempre insoddisfatto. Forse questa inquietudine ha tolto al lavoro invece che donargli. In una parete la grande composizione ‘L’Adriatico’ rimasta incompiuta. Più in fondo il gruppo degli ‘Atleti’. Sopra il grande letto, il Cristo dipinto per la mamma sua”. Fatto sedere Zuccato di fronte a sé, raccomandandogli di non mettersi in posa, ma di mantenere l’espressione più naturale possibile, il pittore inizia il ritratto con «un disegno veloce, nervoso, tutto a scatti di linee decise e violente. Mi guarda intensamente, quasi voglia vedere al di là della carne, ansima e suda come stia compiendo una fatica fisica. Dopo pochi minuti, lo studio è finito. Me lo mostra. “Bellissimo!” dico io, entusiasta. “Ti pare? - mi dice Ubaldo – Allora ti farò il profilo”. “Ma a me piace così!’, insisto io. “Fermo, piccolo! Deve piacere a me, mettiti di profilo!”». E, in effetti, ciò che ci resta di quella giornata è proprio il ritratto di Zuccato – datato agosto 1940 – colto di lato, a splendidi tratti di “sanguigna”, perché «di profilo guadagni molto, sembri un poeta, o meglio una figura di cappa e spada: Porthos dei tre Moschettieri». Bene, per oggi basta”. Già, perché un importante appuntamento li attende entrambi: assieme al consueto gruppetto di sodali (stavolta saranno della partita il poeta Adolfo Giuriato, il flautista Checo Elsi, gli scultori Zanetti e Morseletto, il giornalista Giuseppe De Mori, il parroco di Sant’Agostino don Federico Mistrorigo) c’è in programma un delizioso pranzetto alla trattoria Nogarazza: “Lasagne fate in casa tajà larghe un deo con ragù alla Oppi, e un toco de formajo Vezena, un fruto e vin bon…El tuto condìo dalla grazia sorridente e canterina de la Bice Bari”. Il commosso ricordo firmato Zuccato giunge al termine: «Povero, grande, paradossale Ubaldo, così prematuramente ucciso dalla tua stessa forte, esuberante, orgogliosa vitalità. Fosti rude e delicato, povero e signore, complicato e semplice, primitivo e moderno, cattolico e pagano; artista, patriota, alpino, guerriero, poeta, buongustaio, amatore… Grande in tutto». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Antonio Stefani
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