12 luglio 2020

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14.02.2020

L’Aquila che sfidò il cielo Dalla guerra alle acrobazie la parabola di FERRARIN

Oggigiorno il cielo pare a portata di mano. Siamo cresciuti con l’idea che imbarcarsi su un aereo in Europa e volare fino a Tokyo, in Giappone, sia come prendere un autobus. Ma per l’uomo che lo ha fatto per la prima volta, giusto cent’anni fa, era qualcosa simile ad una follia. Arturo Ferrarin nacque a Thiene il 13 febbraio 1895 da Antonio e Maria Ciscato, una agiata famiglia di industriali tessili: la fabbrica che possedevano, il Lanificio Ferrarin, è rimasta attiva fino a pochi anni fa. Sesto di sette fratelli (Angelo, Irma che poi sposerà un Ceccato, Francesco, Ferruccio, Antonio e Mario) alla nascita venne soprannominato “il Moro” per il colore scuro della sua pelle. Questo nome lo accompagnò per il resto della sua vita. Lo descrivono così. «Eroe dei cieli, trionfatore del raid Roma-Tokio, intimo di potenti come Mussolini o gli Agnelli», parole del giornalista Stefano Ferri. La sua vita è adrenalina pura. Protagonista di due incidenti di volo, è una figura di spicco nel processo che trasformò l'aviazione da sport per eletti a industria simbolo del XX secolo. Doveva diventare un industriale e saper tener di conto. Il destino lo portò ad alzare l’ombra da terra. Scoppiò infatti la Grande guerra e completati gli studi tecnici all'istituto Fusinieri di Vicenza, nel 1915, Ferrarin venne chiamato alle armi. L’11 giugno fu assegnato al Battaglione Aviatori quale mitragliere di bordo. Volare era la sua passione. E più forte ancora c’era il desiderio di pilotare in prima persona un aereo. Ferrarin chiese ed ottenne il permesso di trasferirsi alla scuola di pilotaggio di Cameri, vicino Novara, dove nel 1916 conseguì il brevetto di volo. Inviato al fronte, nell'82ª squadriglia di stanza a San Pietro in Gu, si distinse nei combattimenti e venne decorato con una medaglia d'argento al valor militare e due croci di guerra. La sua fu una vita dedicata all’arte aviatoria. Forse spericolata, ricca di umane vicende. Anche amare. Fianco a fianco di piloti ad amici che perirono in volo. Da Carlo Del Prete al vicentino Tommaso Dal Molin, fuoriclasse della cloche, come lui. Un fato che gli accomunò. Duplici le chiavi di lettura della sua vita. A partire dall’impulso che Ferrarin detta alla breve quanto fascinosa storia dello “sport aviatorio“ italiano. E poi il destino dell'ex campione, costretto nell'ultima fase della carriera ad arrangiarsi come collaudatore ed istruttore. Forse in seguito ad un declino motivato dalla ragion di Stato molto piú che dal naturale invecchiamento. Eppure nel dopoguerra Arturo Ferrarin è «Aitante, coraggioso e con quel pizzico di sfrontata guasconeria da sempre indispensabile agli eroi». Acrobata del volo, temerario, guidato dalla passione, il suo volo è in perfetto equilibrio tra arte militare e disciplina sportiva. Terminata la guerra Ferrarin ha sete d’avventura. Il 14 febbraio del 1920 decolla per il raid Roma-Tokyo che lo consacra al mondo. Al ritorno rimane nei ruoli di complemento fino al 1924, l’anno in cui viene iscritto in quelli del servizio permanente promosso capitano per “meriti straordinari”. A fine carriera sarà tenente colonnello. Nel 1926 partecipa, a Norfolk, in Virginia, Stati Uniti, alla coppa Schneider riservata agli idrovolanti, contribuendo al successo della squadra azzurra. Nel 1928 con l’amico Carlo Del Prete vola da Roma in Brasile, ma quest’ultimo, a causa di un incidente, perisce. La fortuna di Ferrarin, che ambiva a diventare il pilota personale di Mussolini, termina con un altro terribile incidente, il 14 luglio 1935. L’idrovolante Savoia-Marchetti S80 che pilota, in fase di ammaraggio colpisce qualcosa che galleggia causando la morte del figlio di Giovanni Agnelli, Edoardo. L’indagine scagionerà da colpe l’asso, ma la sua ascesa si blocca. Arturo Ferrarin muore il 18 luglio 1941 durante il collaudo del prototipo di un SAI 107, sul campo di Guidonia. Lascia la moglie Adelaide Castiglioni, sposata l’11 giugno del 1931 nella chiesa di San Babila a Milano, e due figli, Carlo e Roberto. L’“Aquila caduta” è sepolta nel cimitero di Induno Olona dove i Castiglioni possedevano una villa. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Andrea Mason
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