07 dicembre 2019

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29.10.2019

IL PUDORE DEL PENSIERO

Il filosofo vicentino  Franco Volpi ( 1952-2009)Il saggio pubblicato da Ronzani Il volume edito da Morcelliana
Il filosofo vicentino Franco Volpi ( 1952-2009)Il saggio pubblicato da Ronzani Il volume edito da Morcelliana

Alla “Libreria San Paolo” di Vicenza, giovedì prossimo, alle 18, verranno presentati due libri pubblicati in ricordo di Franco Volpi. Si tratta di “Franco Volpi, filosofo ed amico”, curato da Nicola Curcio per Ronzani editore, e di “Franco Volpi. Il pudore del pensiero”, curato da Giovanni Gurisatti e Antonio Gnoli, edito da Morcelliana. Sono molti, più di trenta, gli studiosi che hanno collaborato nel far rivivere il pensiero del filosofo vicentino. Una vasta generosità intellettuale che ha avuto bisogno di una forma, quella che ai due libri hanno dato, con la loro competenza, i curatori Gurisatti, Gnoli e Curcio. Eppure non molti sanno che tutto questo non sarebbe avvenuto senza l’intelligenza, la costanza e la cura di Enrica Volpi, sorella del filosofo, vera forza affettiva che da quel tragico 2009 tiene vivo il pensiero di e su Franco Volpi. Ma perché parlare di pudore del pensiero di Volpi? Certo non per la vastità della sua opera (22 volumi, 700 traduzioni, 145 saggi), né per la varietà dei suoi studi (Aristotele, Heidegger, Nietzsche, Schopenhauer, Junger…) o per la sterminata attività di insegnamento in Europa o in America. Forse perché non abbiamo un libro che racchiuda il suo pensiero in forma sistematica. Probabilmente lo sarebbe diventato quel progetto su “Essere e agire” di cui scrisse nel 2008, ma che la morte improvvisa gli impedì di realizzare. Dove cercare allora il pensiero di Volpi oltre il pudore con cui lo ha nascosto? Potremmo farlo – curiosamente- proprio là dove meno ce lo aspettiamo, nel suo lavoro di traduttore. Già, perché tradurre convoca molto di più che una abilità linguistica. Tradurre non equivale a trasporre nella propria lingua qualcosa nato e pensato in una lingua diversa. Per farlo, e farlo bene, occorre vedere la lingua come un tutto, cioè un sistema di concetti, sentimenti, valori, che forma e spesso determina ciò che in essa si pensa. Ma anche il testo tradotto, a sua volta, è proiettato sulla totalità di un sistema e compreso solo entro la rete di concetti che l’autore ha intessuto: “ogni parola – scrive Heidegger – riceve il suo contenuto dall’insieme di ciò che il pensatore pensa”. La traduzione – scrive Illetterati - è perdita, allontanamento, distanza, tradimento, ma è anche produzione di senso, accrescimento continuo, tradizione. Perdita e guadagno, senza possibilità di scelta, senza vittoria dell’uno sull’altra. Questo fa del traduttore un pensatore plurale, capace di entrare nella rete concettuale di un filosofo senza perdere la propria forza interpretativa, quella che viene da una tradizione diversa, da una lingua differente. Tradurre, e farlo nel modo magistrale con cui lo ha fatto sempre Volpi, è sperimentare la finitezza, perché significa “pensare con la testa di un altro”. Ma questo rende cauti, prudenti, critici e autocritici. Equivale a misurarsi costantemente con la finitezza, con il limite del proprio comprendere, con l’alterità di un altro pensare. Ma non è questo, credo, il solo motivo della “ragionevole prudenza del pensiero”, per usare le parole dello stesso Volpi. Nei vari saggi dei due libri, molti studiosi non a caso citano il passaggio conclusivo del suo “Il nichilismo”, uno dei pochi in cui Volpi parla, per così dire, in prima persona. «Il nichilismo – scrive Volpi - ci ha trasmesso effettivamente un insegnamento corrosivo e inquietante, ma al tempo stesso profondo e coerente. Ci ha insegnato che noi non abbiamo più una prospettiva privilegiata - non la religione né il mito, non l'arte né la metafisica, non la politica né la morale e nemmeno la scienza - in grado di parlare per tutte le altre, che non disponiamo più di un punto archimedeo facendo leva sul quale potremmo di nuovo dare un nome all'intero». L’esito di questa posizione, tuttavia, non è il carnevale delle interpretazioni o la legittimazione di ogni fantasiosa connessione. Al contrario, per Volpi tutto ciò deve rendere attenta, critica e cauta quella ricerca della verità che pure è la filosofia. Possiamo aspirare solo ad una verità minuscola, senza la prosopopea dal fanatismo, senza l’imperiosa certezza dell’assoluto. E’ un male? E’ Volpi stesso a chiederselo, nel suo ultimo scritto pubblicato prima di morire. «Il relativismo e il nichilismo sono davvero quel male radicale che si vuol far credere? O essi non producono forse anche la consapevolezza della relatività di ogni punto di vista e quindi anche di ogni religione? E allora non veicolano forse il rispetto del punto di vista dell’altro e dunque il valore fondamentale della tolleranza? C’è del bello anche nel relativismo e nel nichilismo: inibiscono il fanatismo». (La Repubblica 10 aprile 2009) Il nichilismo ha corroso un’idea solida di verità, ma ha aperto una salutare stagione di attenzione alla differenza, di posizioni, di religioni, di culture. Certo, il viaggio che percorriamo si fa più accidentato, di ogni passaggio occorre spiegare la rotta, indicare il motivo, addurre ragione. Ma così facendo impariamo «la ragionevole prudenza del pensiero – scrive Volpi - quel paradigma di pensiero obliquo e prudente che ci rende capaci di navigare a vista tra gli scogli del mare della precarietà, nella traversata del divenire, nella transizione da una cultura all’altra, nella negoziazione tra un gruppo di interessi e un altro». Tra le poche filtrate dal riserbo teoretico di Volpi, queste righe concludono il suo saggio sul nichilismo e ci spiegano perché oggi più che dire occorre capire, più che affermare serve analizzare. Consapevoli della nostra finitezza, dobbiamo fare spazio all’alterità del pensiero. E quindi serve il pudore che solo i grandi sanno coltivare. E Volpi, come ci ricorda Colombara, è stata una di quelle persone che lasciano il segno proprio per non averlo voluto fare. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Paolo Vidali
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