30 maggio 2020

Cultura

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11.02.2020

IL CAMMINO DI GIACOMETTI

Lo scultore Alberto Giacometti (1901-1966)A destra “ Projet pour un livre IV”, 1951. L’uomo che cammina 1960
Lo scultore Alberto Giacometti (1901-1966)A destra “ Projet pour un livre IV”, 1951. L’uomo che cammina 1960

Una cosa è certa: Giacometti trasmette stati d’animo assai diversi da quelli che possono arrivarci da Monet o da Van Gogh, per citare due autori le cui immagini vengono spesso fraintese, permettendo di cogliere in esse solo la godibilità del racconto o l’accesa musicalità cromatica. Questo avviene perché il loro è un meraviglioso viaggio dall’interno verso l’esterno, nell’esaltazione e nell’incanto sacrale della natura. La ricerca espressiva di Alberto Giacometti, al contrario, procede solitaria e coraggiosa in direzione opposta, dall’esterno verso l’interno, tanto che ogni disegno, ogni dipinto e ogni sua scultura si fissano nel percorso come impronte e ne segnano il cammino. Un viaggio verso le origini, alla ricerca di un’indefinibile verità: affermando nega, negando afferma. Insegue una traccia, sa che esiste, la vede interiormente e, pur di trovarla, elimina tutto ciò che ritiene superfluo. Infatti, dopo averla isolata nello spazio, scarnifica la forma, sino a trasformare la materia in ombra. In una lampada ad olio, in uno sgabello, in un corpo, in un volto, soprattutto nello sguardo, egli cerca il battito interiore. Un pensiero continuo, poetico e, al contempo, ossessivo. Un’immersione altrettanto totale, assoluta. Incontrandolo, il grande fotografo Henri Cartier-Bresson, subito ne rimase affascinato e, oltre a lasciarci di lui immagini indimenticabili, dirà: «Giacometti è uno degli uomini più intelligenti e lucidi che io conosca, di una grande onestà con se stesso e intransigenza nei confronti del suo lavoro: si accanisce sempre là dove maggiore è la difficoltà». Egli osserva che persino il suo viso, segnato dall’intersecarsi delle linee, pareva inciso dalla punta di un bulino. Sartre ne leggerà l’opera in chiave ovviamente esistenzialista: «Osservate come i molteplici tratti che egli traccia sono interni alla forma che descrive: guardate come rappresentano le relazioni intime dell’essere con se stesso. Tutte queste linee sono centripete: mirano a rinserrare, costringono l’occhio a seguirle e lo riconducono sempre al centro della figura». L’essere e il nulla, reso con la sintesi che solo l’arte può produrre. Opere emozionanti e profonde, che mai lo soddisferanno, testimonianti, prima di ogni altra cosa, il valore del non definitivo. Sono veri e propri monumenti alla transitorietà di ogni singola esperienza, eppure, esse contengono ciò che eravamo e ciò che diventeremo: «Si pensa che io riduca le teste o che allunghi le mie figure di proposito. Le riduco e le allungo per rimanere fedele al modello (…) è sotto questa forma che mi appare la figura umana nello spazio». Il Comune di Verona e Linea d’Ombra - fino al 5 aprile, Marco Goldin, curatore e autore nel catalogo di un testo pieno di passione - offrono l’opportunità di ripercorrere nei saloni della Gran Guardia questa straordinaria vicenda artistica, con settanta opere, tutte provenienti dalla Fondazione Maeght, affiancate da autori scelti per testimoniare quanto artisticamente viva era la Parigi del tempo. Gli accostamenti visivi provano l’unicità dell’arte di Alberto Giacometti (1901-1966). Tanto più dal 1935 (a Parigi era arrivato nel 1922) quando, terminata l’esperienza surrealista, inizia lo scavo interiore, protetto dalle pareti del suo piccolo studio di rue Hippolyte-Maindrom, proprio come nell’infanzia, quando immaginava di poter scavare un buco nella neve: “In superficie non si doveva vedere che un’apertura circolare, il più possibile piccola e nient’altro” o quando, sempre da bambino, stava ore in compagnia di pochi amici e del fratello Diego, nella cavità naturale posta alla base di un grande monolite. Era nato nel 1901 a Borgonovo, nel cantone Svizzero dei Grigioni, appena oltre il confine italiano, tra i sentieri che portano al passo del Maloja: «Non potrei immaginare un’infanzia e una giovinezza più felici di quelle che ho vissuto». E’ forse l’unico scultore che, pur lavorando l’argilla, pare “non mettere, ma levare”. Una dopo l’altra, una vicina all’altra, nascono esili figure, sostenute da piedistalli enormi. Queste immagini, ritenute a più riprese dalla critica primigenie, ancestrali, danno l’idea di precedere ogni elaborazione culturale. Così è solo in parte. Egli stesso scrive: «Ho capito veramente la grandezza dell’arte primitiva soltanto proseguendo le mie ricerche. Trovo che certi feticci dell’Africa o dell’Oceania abbiano molta più verità, siano molto più vicini a quanto cerchiamo di una scultura di Michelangelo o di Donatello». Ovviamente calca la mano per farsi capire, lui che rimase folgorato da Tintoretto a Venezia o da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova quando, diciannovenne, la vide accompagnato dal padre pittore, suo primo maestro: «Imparai più da mio padre che in Accademia». Il vuoto, dunque, integra il soggetto. Così come elementi fondamentali diventano l’imperscrutabile e il non raggiungibile. L’equilibrio convive con la precarietà. L’Homme qui marche - nella versione realizzata per un progetto (1959) che non andrà in porto e che prevedeva un gruppo monumentale da collocare di fronte alla Chase Manhattan Banck di New York - è forse l’immagine simbolo di Giacometti ed è presente a Verona. Ancora una volta mette in verticale l’ombra: “Ho sempre l’impressione o la sensazione della fragilità degli esseri viventi. Ho la percezione che debbano contare su un’energia formidabile per stare in piedi, istante dopo istante, sempre con la minaccia di crollare. Questo lo sento ogni volta che lavoro dal vero”. Nel 1938 verrà investito da un’auto. Morirà a Coira, non lontano dai suoi boschi. •

Silvio Lacasella
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