31 marzo 2020

Cultura

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25.01.2020

EBREI IN CITTÀ VIE D’INCIAMPO

L’ingresso in contrà Do Rode da corso Palladio dove c’era il ghetto L’ingresso del teatro Olimpico
L’ingresso in contrà Do Rode da corso Palladio dove c’era il ghetto L’ingresso del teatro Olimpico

Non solo musei e sinagoghe, ma anche cimiteri, memoriali, palazzi. Intrisi di storia e di dolore, che racchiudono e raccontano un pezzo drammatico della storia ebraica. Andare a ritroso, anche a Vicenza, porta sofferenza e i ricordi sbiadiscono, ma ci sono storici ed esperti che aiutano a riprendere i bandoli di molte vite spezzate. Dolore e sofferenza che segnano ancora la memoria, il ricordo di un pezzo di storia che pesa come un macigno sulle coscienze civili. Ed è un passato che va ricordato. Il 27 gennaio del 1945 finì ufficialmente il più grande omicidio di massa della storia avvenuto in un unico luogo: ad Auschwitz morirono più persone che in qualsiasi altro campo di concentramento nazista. Sui numeri non ci sono certezze, ma secondo i dati dell’US Holocaust Memorial Museum, le SS tedesche uccisero almeno 960 mila ebrei, 74 mila polacchi, 21 mila rom, 15 mila prigionieri di guerra sovietici e 10 mila persone di altre nazionalità e tra loro c’erano anche ebrei vicentini. Per riavvolgere il nastro della storia partiamo da quello che poteva essere definito il ghetto di Vicenza: contrà Cavour prima era chiamata contrà dei Giudei, perché lì c’erano le abitazioni individuate per gli ebrei, ai quali, a cominciare dal XIV secolo venne imposto di vivere separati dai cristiani e riuniti in un rione centrale nelle città in cui risiedevamo. Da corso Palladio all’ingresso di contrà Do Rode si possono ancora notare i buchi che sostenevano i portoni che venivano rigorosamente chiusi e sbarrati. Stradella dei Giudei, infatti, era la viuzza che ora si chiama contrà Cavour e che portava a contrà Do Rode prima che, con la deliberazione podestarile del 23 agosto del 1941, le venisse restituito l’antico nome di Stradella dei Nodari. A scriverlo è Giambattista Giarolli nel 1955. In città all’inizio del ’900 erano una quarantina, forse arrivavano a cinquanta gli ebrei residenti, si dividevano tra le comunità di Padova, Verona e Venezia, per questo è sempre stato molto difficile trovare dati certi, senza dimenticare che alcuni frequentavano Mantova per le celebrazioni. Sulla base di alcune testimonianze molti si sono convertiti, altri rimasero in città e rinnegarono le loro origini. C’è chi riuscì a costruirsi una nuova identità utilizzando anche documenti falsi. Ma ci sono luoghi della città che raccontano in maniera più dettagliata quanto accadde durante le deportazioni. Due in particolare: il Teatro Olimpico e il vecchio carcere di San Biagio. A ricordarlo sono due studiosi dell’Istrevi, Istituto storico della Resistenza, nonchè autori di alcune pubblicazioni: Paolo Tagini e Antonio Spinelli. «Il primo dicembre 1943, con il decreto di arresto generale per tutti gli ebrei di qualsiasi nazionalità, la Repubblica di Salò si allineò alla politica di sterminio hitleriana. In conseguenza di quell’atto circa quaranta ebrei, vennero condotti nel campo di concentramento provinciale allestito nell’ex Colonia Umberto I di Tonezza del Cimone. Qui, i reclusi condivisero gli stessi momenti di incertezza, ansia e paura fino al 30 gennaio 1944 giorno in cui, sotto le vesti di due ufficiali SS, si materializzò ai loro occhi l’incubo terribile di cadere in mano nazista. Giunte a Tonezza, le SS avevano l’ordine di “evacuare” gli ebrei dalla colonia per condurli a Verona dove li aspettava il sesto convoglio in partenza dall’Italia diretto ad Auschwitz». E questo è soltanto un pezzo della vicenda, dagli archivi storici risulta che gli ebrei deportati dal territorio berico furono una cinquantina. «E se restringiamo il cerchio al capoluogo- proseguono i due studiosi - contiamo tre detenuti nel carcere di San Biagio: Abramo Raimondo Arbisser, polacco, nato nel 1918, trasferito nel maggio 1944 prima a Fossoli e successivamente ad Auschwitz dove fu liberato dall’Armata Rossa nel gennaio 1945; i coniugi viennesi Pokorni: Paul classe 1896, dopo la detenzione nel carcere di Vicenza, fu trasferito al campo di Fossoli e da qui deportato ed ucciso ad Auschwitz e Irene nata Zausner nel 1907, detenuta a San Biagio, traferita a Fossoli e deportata ad Auschwitz, e lì venne liberata il 27 gennaio 1945. Emanuele Fleischmann del 1901, di origine cecoslovacca si consegnò alla GNR di Vicenza in località Debba il 1° gennaio 1945, venne portato al campo di Gries a Bolzano, sopravvisse alla prigionia. Oltre a questi dobbiamo includere gli otto reclusi al Teatro Olimpico che, il 30 gennaio del 1944, uniti al gruppo di 35 ebrei concentrati dal dicembre 1943 nel campo provinciale di Tonezza del Cimone, vennero deportati ad Auschwitz. Le loro condizioni di salute non erano buone. Proprio per questo, dopo l’arresto non vennero portati a Tonezza, ma al Teatro Olimpico. Qui, trascorsero i loro ultimi giorni prima della deportazione». E da qui, dalla memoria storica, nascono quelle che si potrebbero chiamare le pietre d’inciampo per non dimenticare. «Infatti - concludono gli storici dell’Istrevi, Tagini e Spinelli- sono questi i due luoghi della memoria più adatti a ricordare e commemorare le vittime della deportazione ebraica». Il vecchio carcere è in attesa di lavori da decenni e sta cadendo letteralmente a pezzi. Mentre l’Olimpico continuerà a ricordarci la cultura e non solo. •

Chiara Roverotto
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