31 marzo 2020

Cultura

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30.01.2020

CANOVA, STAR SENZA TEMPO

Mario Guderzo all’Ermitage davanti alla statua “Il bacio di Cupido”   o “Amore e Psiche” di Canova
Mario Guderzo all’Ermitage davanti alla statua “Il bacio di Cupido” o “Amore e Psiche” di Canova

«Ho avuto una grande fortuna. Lavorare ogni giorno a contatto con la bellezza». Dopo 42 anni (ne ha 67), il marosticense Mario Guderzo lascia il mondo dei musei e delle istituzioni. Il 31 dicembre, dove era in prorogatio, ha salutato la direzione della Fondazione Canova di Possagno (il presidente è Vittorio Sgarbi)dove dal 2008 si è occupato di valorizzazione e rilancio della Gipsoteca portandola – i dati parlano da soli – da poche centinaia a 20 mila visitatori l’anno. Laureato in Lettere a Padova, specializzato in archivistica, storico dell’arte dopo la Scuola di specializzazione a Bologna, col prof.Pallucchini come maestro ha amato il Manierismo: «Poi ho incrociato Canova tra Bassano e Possagno ed ho studiato. Una full immersion». Ripercorriamo questi anni di lavoro? Primo incarico a Vicenza, 13 anni in biblioteca Bertoliana. Avrei voluto insegnare, ma non c’erano concorsi, mi aspettava il precariato… decisi diversamente. Dopo tre concorsi vinti, nel 1992 ho scelto l’assessorato alla Cultura di Bassano. E fino al 2008 ho dato il mio contributo alla guida del Museo civico e nelle iniziative culturali. E’ stato un periodo meraviglioso con momenti di eccellenza: su tutti la mostra del 2003 su Canova, la più grande al mondo per opere. In 4 mesi e mezzo abbiamo avuto 146 mila visitatori. Non è accaduto mai più a Bassano. Quale fu il segreto di quella mostra? La comunicazione. Oltre alla qualità delle opere: 400 disegni, 35 marmi più bozzetti e gessi. Tutta la città partecipò. Insieme al prof.Pavanello e al prof.Androsov creammo un evento che proiettò Bassano in una dimensione internazionale. Sono altresì contento di aver fatto la mostra sul Barocco religioso a palazzo Bonaguro, proseguendo la collaborazione con Ermitage e Musei vaticani. Purtroppo quella spinta è venuta meno. Eppure è la città dei Remondini, una collezione meravigliosa che veicolato l’arte per immagini. E poii Dal Ponte-Bassano Si potrebbe costruire molto. Quando è stato chiamato a Possagno cosa ha trovato? La trasformazione dell’ente canoviano da Ipab a Fondazione rese necessario un direttore scientifico. Col senatore Favaro prima e la presidente Coin poi abbiamo tentato di trasferire l’esperienza bassanese cambiando la percezione della Gipsoteca come luogo vivo, dove valorizzare producendo conoscenza. Anche partendo da una sola opera. Così abbiamo chiesto alla Polonia la statua del principe Lubomirski, per accostare un gesso e impostare un ragionamento sull’amore secondo Canova. Poi La Danzatrice nel 2012, le Tre Grazie da Edimburgo nel 2013. Abbiamo iniziato a ragionare a rovescio su come l’opera veniva creata dal marmo al modello. E sono nati i progetti di ricomposizione delle parti mancanti di alcuni gessi. A partire dal gesso della Paolina senza testa… Il primo progetto, per rileggere un’opera di grandissima bellezza dopo la mostra della Galleria Borghese. Il ministero ci diede gli indirizzi giusti e scoprimmo che una azienda di scansioni 3D era ad Altavilla. Poi la nostra Danzatrice ha riacquisito il braccio, ricostruendo il calco incompleto. E nel 2017 abbiamo lavorato sul modello di Washington, statua distrutta negli Usa nel 1831. Idee che hanno attratto visitatori che non sapevano dove fosse Possagno. Il 40 per cento sono stranieri alla ricerca dei luoghi originari di Canova. Qui ci sono casa natale, gipsoteca, il tempio. Il 30 per cento sono adulti italiani, l’altro 30 cento scolaresche. Il flusso costante ha cambiato l’organizzazione:c’era solo un custode, ora ci lavorano 5 persone. L’idea scientifica sottostante è che Possagno sia il fulcro degli studi mondiali su Canova e che gli esperti trovino qui e al Gabinetto di Bassano i materiali utili alla migliore lettura delle opere. Con che fondi avete lavorato? Siete Fondazione privata. Avere progetti e non avere disponibilità di denaro, è una sofferenza. Ma la sensibilità degli imprenditori e la diffusione dell’Art bonus ci hanno dato un aiuto enorme. La seconda difficoltà è stato il rapporto con le istituzioni per la circolazione del bene culturale: io dico che le opere devono poter uscire, con tutte le precauzioni, dai musei. Le mostre sono grandissime opportunità per far crescere il livello culturale dei cittadini. Come mai Canova è divenuto una star negli ultimi 20 anni? Lo si studiava poco, era disprezzato da uno storico come Longhi. Poi la valorizzazione del Neoclassicismo ha contributo al rifiorire di interesse. Va detto che Antonio Canova fu una figura chiave tra Sette e Ottocento per le sue relazioni coi potenti del tempo. Aveva talento diplomatico, dobbiamo a lui a restituzione di gran parte delle opere trafugate da Napoleone. Era un esperto di restauro, giudicò i marmi del Partenone; promosse nel 1820 la prima legge sul valore culturale di un bene. E poi, la sua grandezza: tradusse in arte una concezione estetica di una idea filosofica ispirata alla classicità. La interpretò come nessuno. Funziona anche oggi, guardiamo alla mostra recente di Napoli, a quella in corso a Milano. Qualcosa che non le è riuscito? Una grande mostra su Canova alla Guggenheim di New York, curata dallo svizzero Fred Licht. Gli attentati dell’11 settembre bloccarono tutto. Non i convegni internazionali da lui ispirati sulle gipsoteche: ne abbiamo fatti 4 con 4 pubblicazioni. Spero non ci si fermi. A cosa si dedicherà? Scrivo, insegno. Visito città con una storia. Vado ai concerti: sono il più grande collezionista italiano di dischi e materiali sui Rolling Stones.

Nicoletta Martelletto
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