31 marzo 2020

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13.01.2020

BENESTANTI E STAGNANTI

Il sociologo  e docente  Luca Ricolfi, 69 anni  Il libro edito da La nave di Teseo
Il sociologo e docente Luca Ricolfi, 69 anni Il libro edito da La nave di Teseo

Sarebbe confuso l’alieno sbarcato sulla terra di questi tempi. L’Italia viene narrata come un Paese impoverito, in cui anche i più elementari diritti non sono rispettati, a partire da quello alla salute; un Paese in cui i giovani non trovano lavoro ma anche in cui 13 milioni di pensionati (13!) vivrebbero con meno di mille euro al mese, mentre i lavori umili sono appaltati agli immigrati. Ma l’alieno, sceso per le strade, vedrebbe invece ristoranti in cui non si trova posto, luoghi di villeggiatura pieni, gente che possiede da una a tre case, che ha almeno due tv, almeno due auto, almeno un barchino o la moto. E poi tutti questi ragazzi che sono sempre all’apericena... forse anche perchè disoccupati? Ironia a parte, c’è qualcosa che non torna. Luca Ricolfi, quasi settantenne, noto sociologo e docente universitario nel suo ultimo saggio - ”La società signorile di massa“, La nave di Teseo, 267 pagine, che presenta domani alle 18 alla libreria Galla, piazza Castello a Vicenza, e alle 21 a palazzo Festari, Valdagno - analizza i paradossi di un Paese che non marcia più, senza letture apocalittiche ma semplicemente realiste. A partire da chi dipinge la quotidianità: politici, giornalisti e intellettuali risultano faziosi, preda di una «gigantesca macchina retorica intorno a ciò che ha più possibilità di suscitare sentimenti di pietà e indignazione». Nemmeno gli ottimisti ad ogni costo convincono il professore torinese, che una sua classificazione di questo stadio storico e sociale l’ha coniata con la “società signorile di massa”. Signorile perchè stabilizzatasi nell’opulenza e in una crescita zero - demografica ed economica - nell’ultimo decennio. Tre le condizioni che vi hanno concorso: i pensionati e i disoccupati insieme superano il numero dei lavoratori, l’accesso ai consumi è divenuto di massa, l’economia descresce. In quattro capitoli c’è la disamina, a partire dalla definizione di ”signorile“ mutuata da etichette feudali che riguardano la piramide sociale ed economica. Gli italiani, scrive Ricolfi, vivono una condizione singolare perchè l’87 per cento dei residenti e il 94 per cento di quanti hanno la cittadinanza italiana vive ben al di sopra della soglia di povertà. Quindi non sono poveri. Sono cittadini forti per consumi e stili di vita. Hanno ben guadagnato, hanno risparmiato, godono la vita, sono figli e nipoti di generazioni che attraversarono la guerra. Ma la dinamica del reddito si è rovesciata in ricchezza che è cresciuta moltissimo dagli anni Sessanta in poi, mentre - sottolinea Ricolfi - un disastro si compiva sul fronte dell’istruzione: scuola e università divenute per tutti hanno abbassato l’asticella, unici settori della società «in cui la produttività è in costante diminuzione da oltre mezzo secolo». Da docente enumera casi in cui tra alunni e studenti l’apprendimento è difficoltoso, la memoria labile, la padronanza della lingua italiana in caduta libera, il diploma troppo facile. Nella dettagliata analisi, emerge un altro fattore tipico della società signorile di massa: la infastruttura paraschiavistica, ovvero l’esistenza di ruoli servili o di sfruttamento nel lavoro che gli italiani non vogliono più fare, segmento affidato agli immigrati. Un solo esempio: gli 865 mila collaboratori domestici (dato 2017) di cui il 73 per cento sono stranieri. Ma che futuro ha una società simile, che non sembra voler più correre? L’autore guarda a Paesi simili per numeri squilibrati di pensionati e lavoratori, ovvero Grecia, Lussemburgo e Spagna; e a situazioni di stagnazione economica come in Grecia e Giappone. Ebbene nessuno di questi è “signorile” e opulento come l’Italia. Siamo un caso mondiale. Con inquiete proiezioni, perchè è diffusa la consapevolezza che il domani non sarà migliore dell’oggi e tra i giovani si fa strada la resa. Anche ad un assegno di cittadinanza. Il paradosso principe, poi, è che tra i ceti alti e altissimi domina un low profile, le cui regole sono non ostentare, non sperperare, niente bagni di folla, uso moderato di tecnologia: «Silenzio, campagna, frugalità, artigianalità». Contro il poco lavoro e la crescita zero, il sociologo auspica il ritorno «alla produttività ferma da 20 anni, un fatto sbalorditivo», senza il quale non sarà possibile contrastare il declino. Il galleggiamento sul benessere finirà, così i soldi e la copertura dei risparmi familiari. Si può essere prosperi se si continua a lavorare e a creare posti di lavoro, come accade in Nord Europa. •

Nicoletta Martelletto
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