16 giugno 2019

Cultura

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30.01.2019

Autobiografia ma senza pagine

Giorgio Fabbris con suo “libro”
Giorgio Fabbris con suo “libro”

Ospite inusuale, almeno come scrittore, Giorgio Fabbris, presenta alla Libreria Galla, piazza Castello a Vicenza, domani 31 gennaio alle 18, un libro altrettanto inaspettato: una “Autobiografia”. La carriera di questo artista verbigeratore dalle poliedriche e polemiche attività legate all’arte effimera delle performance, ha sempre messo al centro l’impermanenza dell’oralità. Azioni provocatorie in cui “l’oggetto” inteso come prodotto fisico della creatività viene categoricamente rifiutato. Sostenitore attivo di forme d’arte “spontanea”, un’idea inizialmente proposta dall’Art brut che nel 1945, con Jean Dubuffet, promuoveva produzioni di artisti primitivi cioè senza nozioni tecniche o culturalmente condizionanti, o di persone mentalmente disturbate, Fabbris (1946) ha perseguito con determinazione il superamento del limite dell’opera d’arte, fino dagli anni dell’Accademia, a Venezia: attraverso la regìa, i laboratori presso l’ospedale psichiatrico, le verbigerazioni e le azioni dadaiste e concettuali che prevedono la presenza concreta di un oggetto soltanto per determinare riflessioni sull’arte. La recentissima pubblicazione (produzione?) di un libro (ma si tratta veramente di un libro?) e, per di più autobiografico, spiazza i suoi numerosi estimatori. A loro, agli amici e ai lettori a vario titolo interessati, non resta che verificare di persona. Fabbris, lei è noto a chi la segue da anni per essere un fedele neo-dadaista che nega ogni possibilità di esistenza fisica all’opera d’arte. Ora si presenta al pubblico con una “Autobiografia”: non è in contraddizione con l’assunto nihilista che ha sempre caratterizzato il suo percorso? In apparenza è una vera contraddizione, ma chi avrà l'occasione di vedere il libro capirà certamente che non è così, perché il mio testo pretesto è sostanzialmente una trappola culturale per incuriosire ed eventualmente scoprire che il mio intervento tende ad allargare i confini oggettuali del libro stampato a favore della tradizione orale. Troppa virtualità sta minando gli elementi base del fare artistico e un intervento "grezzo" come il mio vuol essere una contestazione a ciò, anche se pur minima. Devo queste considerazioni in parte anche alla pluriennale frequentazione dell'Art brut, la quale mi ha insegnato che non ci sono limiti all'espressione e che se c'è un autentico archetipo personale va coltivato senza paura. Questo libro, alla vista molto ponderoso, cosa contiene? Alla base della mia attività c'è una schietta propensione alla “dispersione”, al “memorabile”, operazioni queste che comportano l'impossibilità di vedere l'opera a favore della narrazione di questa. L'aedo, il rapsodo, il “parlimbanco” e anche il ciarlatano sono alla base della mia presunta poetica, perché delegano alla parola, più che detta "suonata", il mistero dell'accumulo di memoria. Il contenuto del libro incredibilmente ha a che fare con tutto questo sotto forma di conoscenza indiretta. Libro o oggetto? Il libro da solo è un oggetto, la “singolarità” della mia autobiografia è che esiste fintantoché la narro “sopra al mio libro”. Il libro esiste come opera di Body art, quando io non ci sarò più, il libro diventerà un oggetto rugginoso che anche lui lentamente sparirà. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Giovanna Grossato
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