31 marzo 2020

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08.02.2020

ALLA RADICE DELLE PAROLE

Andrea Marcolongo, scrittrice. Vive tra l’Italia e la Francia La copertina del libro
Andrea Marcolongo, scrittrice. Vive tra l’Italia e la Francia La copertina del libro

«Senza parole siamo elisi dalla realtà. Vivi eppure assenti, fossili. Tracce senza più consapevolezza di ciò che siamo. Di noi non resta che l’indicibile, un silenzio sinistro e sazio. La solitudine più esatta». Andrea Marcolongo, nata nel 1987, autrice di best seller quali “La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco” (Laterza) tradotto in 27 lingue e ancora “La misura eroica” (Mondadori), torna con un saggio che intende decifrare la realtà partendo dalle parole che usiamo per nominarla. Un balzo all’indietro per tornare alle radici non solo dei termini, ma della nostra natura, cultura, dell’arte che ci circonda. Attenzione, la pubblicazione non ha nulla da spartire con un manuale accademico o con un dizionario, è un viaggio di riconciliazione, di pace, di saggezza attraverso parole che spesso utilizziamo senza conoscerne la radice ed estirpando quanto c’è di inutile. Con l’ultimo libro “Alla fonte delle parole” (Mondadori, 300 pagine)- verrà presentato domenica 9 febbraio alle 11,30 alla libreria Galla1880, dialogherà con l’autrice Giovanni Diamanti - Marcolongo, laureata in lettere classiche, traduttrice dal greco, ci trasporta in un’avventura senza tempo all’interno di un caleidoscopio dove le sfumature anche quelle timide, scolorite, frammentate ci dicono come siamo, come parliamo. «Durante i miei tour di presentazione - spiega- ho incontrato molti lettori che mi dicevano, abbiamo perso le parole. Ma come? Non sono monetine che escono dalle tasche e che si perdono lungo la strada della nostra esistenza. E da queste domande mi sono resa conto che abbiamo una sorta di disagio nei confronti del linguaggio, diciamo che spesso utilizziamo termini che non corrispondono ai nostri pensieri». Quindi? Quando abbiamo un problema diciamo che dobbiamo andare alla radice per risolverlo. Ho pensato che un rimedio fosse proprio andare alla radice delle parole per cercare di rimetterle in sesto, di ricostruirle, di smussare gli angoli. Semplicemente ricomporle in modo da essere onesti, chiari prima con noi stessi e poi con gli altri. Significa che parliamo a vuoto? Non ci può essere una risposta che vale per tutti. Ognuno di noi si esprime sulla base delle conoscenze, delle esperienze. Parlando riveliamo molto di noi, dobbiamo imparare a farlo meglio. Non può essere tutto ricco di superlativi o meraviglioso. Se poi ci accade davvero qualcosa di unico che cosa facciamo, dobbiamo urlare per la paura di non essere ascoltati? Ricordiamoci che se pensiamo in modo sciatto, scriviamo nello stesso modo e ci muoviamo con questo atteggiamento. La chiave sta sempre nel dialogo, i bambini imparano a parlare perchè ascoltano. Noi non riusciamo più a farlo. Quanto accade con i social, giusto? Dovremmo ricordarci più spesso che sono contenitori dove siamo noi a mettere un contenuto. Non possiamo scaricare la colpa sui social media per liberarci dalle nostre responsabilità. Una volgarità scritta su una pergamena rimane una volgarità. Quella che dobbiamo combattere è l’autoreferenzialità, comunichiamo autopromovendoci e quindi ci mettiamo al di là di una vetrina dove lo scambio manca. Esiste un umanesimo delle parole, è un termine di cui si parla spesso? Se pensiamo alla politica mi verrebbe da dire che non mi interessa la gestione di una città, ma una visione precisa del mondo. Chiedere una maggiore etica non è un lusso perché consente all’uomo di progredire, di migliorare senza cadere nell’arroganza di sostituirsi agli Dei. I 99 etimi che ha scelto sono parole che... Che mi hanno fatto crescere, che mi hanno segnata, confusa, cambiata. Etimologia significa militanza e insieme resistenza agli incidenti della vita, alle sbavature e alle pieghe del mondo. Ma ricordiamoci che gli etimi sono forti, solidi e indelebili. Tutti paghiamo un prezzo per quello che ci siamo concessi di diventare grazie alle parole e il prezzo non è altro che la vita che portiamo avanti. Ci ho messo quasi dieci anni ad accumulare le parole, poi le ho selezionate, mi sono data un numero altrimenti avrei dovuto scrivere interi tomi. Nel libro si scopre il significato della parola ingenuo che, comunemente, viene usato in maniera sbagliata. Ingenuo significa libero, ma libero di essere ciò che si è, senza bisogno di una maschera, di un artificio. Per cui una persona ingenua non è certo uno sprovveduto, un credulone oppure un povero di spirito. Dalla medesima parola deriva ingegnere, la persona che progetta grazie all’opera di ingegno. Ha un tatuaggio sul polso, naturalmente in greco. Un verso dalla tragedia Agamennone di Eschilo “Appreso nel dolore”. In pratica anche la sofferenza può essere fonte di conoscenza. Come la poesia sia antica che contemporanea, ormai l’abbiamo relegata come un lusso per pochi esperti. Il contrario di poesia non è prosa, bensì atarassia non riuscire a sentire nulla. Spesso quando incontro i lettori mi regalano versi e questo significa che non si può impedire agli esseri umani di scrivere. E mi stupisce sempre. Le parole abbiamo capito sono importanti e i silenzi? Non dobbiamo trasformare la sacrosanta libertà di opinione in una dittatura dell’opinione. Non in tutte le occasioni dobbiamo parlare. Nel libro scrivo che le parole fioriscono nel giardino non tanto come profumati oleandri, ma come bizzarre, bellissime farfalle da osservare con delicatezza, quando, per caso o per gioco, si posano sulle nostre mani, ogni giorno. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Chiara Roverotto
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