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Da Sossano a S. Giovanni in Monte

06.07.2011

Dentro le grotte sulle colline dei monasteri

Le caverne di San Donato
Le caverne di San Donato

Verso sud, tra coltivazioni di tabacco, campagne di mais e fiumi pensili innaffiati da docce giganti. E poi a nord tra i sentieri delle more nel punto più alto dei Berici, percorrendo la storia, combattendo contro i moscerini e l'indifferenza di chi negli anni ha lasciato che si perdesse tutto o quasi. Da Villaga, deviando per Sossano e poi su verso San Giovanni in Monte, ci assale la rabbia e la rassegnazione. Patrimoni inestimabili sono stati cancellati dall'incuria, reperti e tesori perduti, povere amministrazioni che non sanno cosa fare. Di quello che è stato non restano che rovine.

SOSSANO. Giuseppe rispolvera la sua Mercedes 240 GD prima serie, una jeep dell'80 che non ha paura di niente. Si arriva nella bassa Sossano. A nord della Liona in direzione degli Euganei una località ha il nome dolce come un passito: Sajanega. Lungo la strada case disabitate e in vendita, in fondo l'ospedale dei Templari dimenticato, diroccato, snobbato, ceduto all'indifferenza. Lasciamo la jeep per vedere quello che resta. L'antico xenodoco sorgeva sulla via tra Verona e Padova. L'unica cosa che rimane intatta sono gli spazi, le distanze, la memoria e l'immagine seppiata di un via vai da supermarket.
Questo luogo è stato dimora di eremiti e frati, pellegrini di pianura trovavano ristoro e preghiera nella chiesa-oratorio di San Teobaldo citata già nel 1288 e che oggi ci appare sotto il dominio di pannocchie giganti. Gli scritti parlano che già nel XII secolo queste mura erano abitate dall'ordine del Santo Sepolcro e che dopo il 1312 a Sossano si insediarono i Cavalieri di Malta. Alla nostra destra si erge l'ex colombara, un gioiello distrutto da un cedimento, una medievale casa-torre assassinata da incuria e mancanza di idee. Non ci resta che piangere, scocciati da faraone antipatiche.

SAN DONATO. La Mercedes è ruvida ma ci coccola sulla piana che porta a Toara di Villaga, il Monte Tondo è lì a indicarci la strada, qui intere civiltà hanno condiviso il mondo con rocce, piante e pecore. È come se un pezzo dei Sassi di Matera avesse traslocato perché il clima è migliore. Case rupestri affiancate come case a schiera guardano la valle del Nosèo a 300 metri d'altezza sopra la commenda di S. Silvestro. Eremiti, frati, monache, soldati della Grande Guerra e contadini hanno percorso e abitato queste rocce scavate dal vento, a S. Donato sono passati anche i Cavalieri, questo pezzo dei Berici in mille anni è stato trafficato come corso Palladio. Alcuni segni ci sono ancora, come i lacerti di affresco nell'antica cappella-grotta che nessuno, non si sa perchè, si preoccupa di salvaguardare. San Donato è sospesa nel tempo, è qualcosa che riempie gli occhi e l'anima. Queste caverne nel '900 furono abitate più dalle capre che dagli uomini, l'ultimo testimone di una civiltà scacciata via, vive ancora oggi lì sopra in contrada Liberale. Giovanni Bissol ha 80 anni e con il fratello Vittorio fino al '62 viveva di pastorizia insieme a 200 capre. Un capitale più prezioso dell'oro in tempi di miseria. Guardo Giovanni con ammirazione: gambe esili come quello di Lupin III il cartoon e il cervello che funziona meglio di un quindicenne di città. Ci dedica 7 minuti «'desso go da fare», ma siamo contenti.

SAN GIOVANNI IN MONTE. Tre chilometri ancora e il nostro viaggio finirà come l'abbiamo iniziato: dalla piazza post atomica, al monte atomico, dove una chiesa a 420 metri d'altezza sorta sui resti di un convento dei Templari, convive con antenne e paraboliche, da fuori osserviamo finestrelle gotiche e mura di secolari tessiture. La vegetazione fitta fa a pugni con il CNNI, il Centro nodale Nord Italia che è off limits anche per i tassi che qui tra i sentieri delle more vagano liberi. Ma è in questo pezzo di monte che abbiamo ripercorso l'antica strada Comunale del Convento, oggi ridotta a giungla, è qui che esiste ancora il selciato medievale consumato dal passaggio di carretti e fatica. Qualcosa è rimasto, ciò che non esiste più è il tunnel che dal convento usciva nel bosco, sigillato da una colata di cemento per piantare le antenne militari. Tutto senza il permesso dei Templari.
Il ritorno a casa è lento, l'immortale 4 ruote motrici Gelande Vagen ha fatto il suo dovere. Sulla strada che porta a valle rivedo i luoghi dei Cavalieri con nostalgia. Ritrovo la calma in un giardino di Pederiva di Grancona dove vive Morla, la tartaruga della Storia Infinita. Come il viaggio di noi pellegrini. Fine.

Eugenio Marzotto
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