19 settembre 2020

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Il diario

19.05.2011

Viaggio
ad Okinawa
tra kamikaze
e magia

Strumento tradizionale
Strumento tradizionale

Nella golden week siamo andati ad Okinawa e con noi è arrivata anche la stagione delle piogge, però il nostro soggiorno è stato interessante e soprattutto rilassante dopo il lungo periodo di tensione a Tokyo, causato dal terremoto, allarmi radiazione e vari avvertimenti più o meno veritieri provenienti da tutto il mondo!
Come forse non tutti sanno fino al 1879 Okinawa era uno stato a sè chiamato Ryukyu: questo arcipelago è formato da un totale di 160 isole divise in 5 arcipelaghi principali Okinawa-Hontou, Kerama-Shotou, Kume-Jima, Ishigaki-Jima, Miyako-Jima e Iriomote-jima. Noi siamo andatai ad Okinawa-Hontou, un'isola che fa parte dello stesso arcipelago chiamato Kudaka-Jima.
Quando abbiamo visitato la capitale Naha, città piccolissima, molto intima e amichevole, abbiamo incontrato alcuni amici, successivamente siamo andati a dormire. La mattina seguente ci siamo alzati molto presto e ci siamo diretti verso il porto dove abbiamo fatto colazione con delle deliziose ostriche, ovviamente crude, appena pescate; qui ogni anno in questo periodo si svolge un festival vecchio di 600 anni, proveniente da un'antica usanza cinese e poi importato nell'isola di Okinawa!
Questo festival si chiama Naha-hari che si potrebbe tradurre come "le canoe di Naha". Anticamente in Cina questo festival, chiamato Haarii, rappresentava una preghiera al dragone dell'acqua per portare pace tra le persone della città e per proteggere ed augurare buona pesca ai pescatori. Okinawa inizialmente usava questà festività tradizionale per lo stesso motivo e poi ovviamente, con il passare del tempo, il motivo è cambiato: per esempio in un primo tempo la competizione tra le varie squadre con la canoa non esisteva; ora fanno addirittura 3 giorni di "mini campionato", e gli allestimenti sono quasi come la nostra "Sagra" ma alla giapponese.
La parola Hari è scritta in "katakana" (alfabeto giapponese utilizzato per scrivere parole straniere), difatti come ho detto prima haarii è una parola che deriva dal cinese e si potrebbe tradurre con il termine giapponese "haryuusen" che significa più o meno canoa-dragone (infatti le canoe hanno testa e coda di un dragone).
Pioveva a dirotto quindi abbiamo deciso di partire per il nord dell'isola lo stesso giorno, abbiamo affittato la macchina e siamo partiti...dopo i primi venti minuti di "panico" mi sono abituato a sedere sulla destra e guidare a sinistra con le marce automatiche e le vocine che ti parlano; cosi siamo andati verso Chattan, un'altra città/paese verso il centro dell'isola principale. Questa città si chiama anche american/village per via delle basi militari e degli abitanti che sono il 90% americani, oltre ai negozi e spiagge all'americana; questo posto in effetti non mi è piaciuto molto per via di questo stile "americano" che stona con il Giappone e che risulta forzato in un'isola come Okinawa, che ha una sua tradizione molto forte.
Dopo una pausa di mezz'ora ci siamo diretti a Nago, nella punta nord-oves dell'isola; qui ci siamo fermati in un'hotel e siamo andati a mangiare in un ristorantino/taverna tradizionale, nel quale a fine serata tutti i dipendenti del ristorante, che indossavano il kimono, si sono messi a suonare e cantare musiche tradizionali di Okinawa con Taiko (percussioni giapponesi) e sanshin come potete vedere nella foto (strumento simile al shamisen).  
Il giorno dopo a Nago abbiamo visitato l'acquario più grande del Giappone, che tra l'altro è anche uno dei più grandi del mondo: pensate che ospita niente di meno che uno squalo-balena! e anche l'esemplare imbalsamato della seppia più grande del mondo.
L'acquario è situato in riva all'oceano e comprende un immenso parco nel quale si possono visitare le case tradizionali ovviamente ricostruite, per farsi un'idea di come abitavano le persone sull'isola ancora prima che entrasse a far parte del Giappone. In una di queste case (foto) abbiamo trascorso delle ore fantastiche suonando, ballando, bevendo té e mangiando pietre di zucchero in compagnia di vecchie signore che ancora ci abitano, un'esperienza unica!
Poi siamo ritornati a Naha, abbiamo riconsegnato la macchina e siamo partiti per l'isola di Kudaka-jima (della quale vi parlerò nel prossimo diario).
Okinawa è un'isola bellissima e penso ci ritornerò persto, infatti è piena di tradizione, storia e risvolti interessanti (per esempio in quest'isola le donne sono molto forti, lavorano e mantengono il marito normalmente, gli uomini suonano, cantano, si ubriacano e stanno quasi sempre a parlare con le signorine o signore). Okinawa è così, infatti mi sono quasi stupito che la maggior parte dei lavoratori e proprietari di attività sono donne e specialmente donne anziane. Un altro aspetto che mi ha colpito è il cibo: il maiale, di cui non si butta via niente, è il piatto principale, infatti nei negozi alimentari si vendono i musi intatti del maiale e si mangiano così come sono (praticamente dal muso si strappano alcuni pezzettini) e di solito si beve la birra di Okinawa o il sake giapponese. La lingua di Okinawa è diversa dal giapponese che tutti conoscono: logicamente parlano giapponese, ma una persona proveniente da Tokyo per esempio non capisce la lingua di quest'isola, solo la scrittura è uguale ma le parole sono diverse.
Okinawa come tutti sapete è stata teatro di episodi importantissimi e spaventosi nella seconda guerra mondiale tra Giapponesi e Americani; per esempio alla fine della seconda guerra mondiale, quando gli americani vinsero e si stavano dirigendo su Okinawa, il governo disse agli abitanti delle isole che non era vergognoso essere uccisi dagli americani; quindi prima che gli americani arrivassero nel sud e in gran parte del centro e nord delle isole ci sono stati suicidi di massa da parti dei civili giapponesi, e come questo episodio molti altri ne sono successi...Non ho avuto il tempo di visitare questi posti perchè il mio interesse era focalizzato più su altre cose, come le tradizioni, la musica, usi, costumi e luoghi. Della guerra ho visto solo il ponte dov'era la base più grande di Okinawa della partenza dei Kamikaze (che tutti conosciamo); lì abbiamo incontrato una signora molto anziana che ci ha raccontato una lunga storia: in poche parole lei fin da bambina abitava vicino a questo ponte e ogni giorno vedeva questi giovani di 19-20 anni che si offrivano volontari e partivano proprio a due passi da casa sua. L'emozione e l'energia era forte e terrificante e ancora oggi lei ha questo shock ovviamente, anche perchè il figlio oggi lavora per la manutenzione di aerei e per lei questa è un'altra emozione molto forte...
Prima di lasciarvi vorrei dirvi che, anche se non sono andato a visitare i luoghi storici della seconda guerra mondiale, ho avvertito molte energie inspiegabili e indimenticabili in quest'isola "magica", veramente un viaggio da non perdere in un'sola tutta da sentire..
ci vediamo al prossimo diario con la seconda parte: "L'isola di Kudaka-jima"

Mattia

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