24 giugno 2019

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I vicentini al Vinitaly

03.04.2014

«Vini veneti autorevoli È la chiave del successo»

È un winemaker internazionale; ha fondato Winemaking, un gruppo di consulenza agronomica ed enologica, ed è proprietario dell'azienda La Fiorita, che produce pochissime bottiglie di Brunello di Montalcino. Fondatore del progetto Winecircus, cantina-laboratorio di ricerca, non si contano i premi assegnatigli come enologo o aggiudicatisi dalle cantine che segue (tra cui la prestigiosa Achaval Ferrer in Argentina). Insomma: chi meglio del bassanese Roberto Cipresso può essere autorevole testimone di come si stia evolvendo e di quali mode siano più ricorrenti nel mondo del vino a livello nazionale e internazionale?
La domanda è precisa: com'è la situazione del vino e come la vivono gli appassionati?
«Attualmente nel mercato vi sono due fronti - afferma Cipresso - Vi è quello dei super appassionati che non si accontentano solo del vino blasonato o tanto meno del buon rapporto qualità-prezzo, ma che vogliono emozionarsi. Un po' come accade nel campo della moda alle donne che vanno in cerca dei grandi stilisti, ma poi quando hanno esaurito la ricerca, danno la caccia alla grande occasione in grado di soddisfare il loro gusto. Vi sono poi i consumatori meno sofisticati, che rappresentano la fascia più ampia, i quali sono molto attratti da vini come il prosecco o i rosati - o più in generale dai vini realizzati con il metodo Charmat - da bere a tutto pasto».
«A livello internazionale, in realtà, è cambiato poco. I grandi monumenti del vino come il Barolo o il Brunello di Montalcino mantengono intatto tutto il loro prestigio. Hanno la meglio soprattutto i vini artigianali, in cui più forte è il marchio di personalità degli uomini che vi stanno dietro. Credo che per questi vini non ci sarà mai la crisi: hanno guadagnato nel tempo credibilità e sono di per sé sinonimo di grande qualità. L'autorevolezza italiana è dunque ben salda nonostante qualche flessione sul mercato.»

Per lei, quando un vino può essere definito emozionante?
Può esserlo per due motivi: perché mi riconduce a un luogo o perché mi porta indietro nel tempo. Nel primo caso, quando lo bevi, devi avere la sensazione che ti stia conducendo in un posto ben preciso, che sia un vino di terroir. Si tratta di vini in cui la dominante è il paesaggio, non tanto il gusto in sé. Oppure, come dicevo, il vino deve saperti accompagnare in un viaggio a ritroso nel tempo. In questa categoria rientrano i vini da varietà antiche, come quelli che sto seguendo, ad esempio, nei Campi Flegrei da una varietà di uva che stiamo recuperando: la Marsigliano. A tal proposito mi piace ricordare che proprio al Vinitaly lancerò il primo progetto di crowdfunding legato al vino. Si chiama Temporibus e chi aderisce può finanziare la ricerca e la scoperta di vini antichi che non hanno significato commerciale, ma rappresentano delle vere e proprie chicche.»

E qual è lo stato di salute dei vini veneti?
«Stanno ancora scontando gli effetti della crisi che ha premiato maggiormente i vini più blasonati e i francesi, a scapito di realtà comunque molto interessanti. Ma sono ottimista: per gli stessi motivi che ho spiegato poc'anzi, penso che sempre più il consumatore andrà alla ricerca di luoghi autorevoli e soprattutto di microaree autorevoli. E qui nel Vicentino ve ne sono molte. La varietà è ormai un concetto troppo debole. Una certa uva, se coltivata da un'altra parte, può dare esiti del tutto diversi. La caratteristica dell'Italia è che ogni pezzetto del mosaico nazionale rappresenta un'unicità. Questa è la nostra forza».

Loretta Simoni
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