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I vicentini al Vinitaly

03.04.2014

Far conoscere i vini e vincere la sfida della crisi con la storia

Un brindisi beneaugurante al Vinitaly che si apre domenica alla Fiera di Verona
Un brindisi beneaugurante al Vinitaly che si apre domenica alla Fiera di Verona

Aprire le aziende, puntare sull'enoturismo, far conoscere i vini ma vincere con la storia. E poi: sburocratizzare il settore, semplificare il sistema di leggi. All'estero? Andarci in forze, spendere bene la cartolina dell'Italia, senza però dimenticare di rafforzare il marchio in patria. E in Cina sì, ma con cautela: invece che corteggiare il mondo, il mondo portiamocelo in casa.
I produttori vicentini sbarcano a Vinitaly, l'ombelico del mondo del vino, almeno in questi giorni, moderatamente ottimisti nonostante l'indiscutibile calo dei consumi nel mercato nazionale e con un certo orgoglio di rappresentare un settore che rimane un forte sostegno al bilancio del Paese. «Ci sono vini che vanno di moda e stanno crescendo: Amarone, Nero D'Avola, Primitivo di Manduria, Refosco, Insolia, Vermentino, Fiano. Altri calano. Il consumatore compera di meno: soffrono tutti, a tutti i livelli». Fotografa così la situazione dei consumi Gianni Zonin, presidente della casa vinicola di famiglia, colosso del vino con 11 aziende in sette regioni (più quella in Virginia negli Usa) con sede a Gambellara. «Al ristorante si ordina un calice e non la bottiglia - sintetizza Fausto Maculan da Breganze, che come il suo Torcolato non ha bisogno di presentazioni - Dieta, portafoglio e la paura di perdere la patente amplificano gli effetti di una crisi economica che, al di là degli annunci, non è finita. Noi non abbiamo subito un calo importante di vendite: sono quarant'anni che puntiamo sulla qualità. Però se costa più di dieci euro una bottiglia non si vende. Allora la sfida per i produttori è mantenere bassi i prezzi riducendo i costi con sistemi di razionalizzazione dei vigneti, di lotta alle malattie in modo che uva marcia ce ne sia sempre meno, con la meccanizzazione in cantina. E poi adeguandosi: non si abbassano i prezzi genericamente ma si creano linee di vini a prezzi più abbordabili».
«È evidente che le esportazioni hanno salvato il mondo del vino italiano - commenta Gaetano Marzotto, presidente del gruppo vinicolo Santa Margherita, fondato nel 1935 sui terreni veneziani della famiglia Marzotto e che oggi conta sette Cantine, tra cui la franciacortina Ca' del Bosco - Abbiamo dovuto fare i conti con la più massiccia riduzione dei consumi interni degli ultimi trent'anni. Noi comunque non intendiamo abbandonare il mercato italiano: siamo cresciuti del 2,5% nel nostro Paese e per noi non è pensabile immaginare il vino italiano presente soltanto all'estero».
«La situazione del mercato nazionale è tragica - sottolinea Marco Margoni Dalle Ore, che con i fratelli Vittorio e Luciano nella tenuta in località “La Bertolà” a Trissino prosegue la passione per la vite e la terra del bisnonno Girolamo e produce uno dei primi dieci Riesling in Italia - Il nostro target è l'alta ristorazione e nicchie di importatori all'estero. L'agricoltura biodinamica, invece, e un particolare protocollo applicato in cantina ci portano dei visitatori interessati».
«È buona la situazione dei vini Doc e Igt - commenta Alberto Marchisio, direttore della Cantina Colli Vicentini di Montecchio Maggiore, società cooperativa che raccoglie le uve di 1.300 soci che coltivano nelle zone doc dei Berici e dei Lessini, del Prosecco, del Durello e di Gambellara - Prosecco, Pinot Nero e Durello funzionano bene, crescono i rossi pastosi e strutturati ma la crisi si sente».
Non così per il Prosecco. “Un 2013 da urlo” titolava l'Unione Italiana Vini commentando l'anno record delle bollicine: «In dodici anni - chiarisce Gianni Zonin - abbiamo decuplicato la superficie dedicata, la produzione, e i consumi di Prosecco sono passati da 250 mila ettolitri a quasi 2 milioni e mezzo. Abbiamo superato le esportazioni dello champagne e questo significa che sono più di 300 milioni le bottiglie vendute. Quella del Prosecco è la più grande doc esistente al mondo». «È stato merito dei produttori - prosegue - e dell'allora ministro Zaia che intuì le potenzialità della rinnovata denominazione. È vero che gli italiani sono un popolo un po' individualista, ma anche fatto di persone straordinarie che girano il mondo con le loro valige e i loro vini. I viticultori italiani hanno fatto passi da gigante per la qualità delle uve e dei vigneti».
«Il Veneto in particolare ha fatto molta strada - concorda Stefano Zonta che con il cugino Adriano conduce l'azienda agricola Vigneto Due Santi, fondata nel 1965 nella campagna intorno a Bassano - Certo c'è ancora da fare. La Francia ha un' immagine superiore alla nostra, molto glamour; non necessariamente il loro vino è migliore ma sicuramente fa status. A livello politico - conclude - servirebbe perciò maggiore volontà di promuovere il sistema Italia. Abbiamo talmente tanto che facciamo fatica a proporre una bella cartolina di noi stessi».

Silvia Castagna
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