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I vicentini al Vinitaly

03.04.2014

«Ai mercati serve semplicità»

Volto dai tratti orientali, formazione statunitense, cuore italiano. Stevie Kim è managing director a Vinitaly International. È il volto di Vinitaly all'estero, anche se con sobrietà anglosassone riassume il suo compito nel “vendere qualche bottiglia in più”.
Nata in Corea, cresciuta a New York, ha una laurea in economia e commercio alla New York University, una specializzazione in wealth management alla Business School della Pennsylvania. Dopo un MBA alla Bocconi è rimasta in Italia per amore di Riccardo, il marito medico, conquistata da lui e dal suo progetto - vent'anni fa quando ancora non se ne parlava - di far conoscere il problema di anoressia e bulimia con l'Associazione Disturbi Alimentari.
Due figlie, ha la passione della corsa (al suo attivo le maratone di New York e Parigi) e un curioso hobby: “Ho iniziato in Cina a fotografare le persone che dormono. Ho creato una serie che ho chiamato “Chinese Sleeper”. Questo hobby nasce dal fatto che nella vita, soprattutto dopo momenti impegnativi, un po' di umorismo serve”.
Del vino tricolore si dichiara entusiasta consumatrice, ma non - spiega lei - intenditrice; confessa un debole per le bollicine e riassume il compito dell'Italia nel mondo con due imperativi: usare lo stile italiano e semplificare.
Qual è lo stato di salute del vino italiano sui mercati internazionali?
Nei mercati maturi, per esempio quello americano, il vino italiano domina. Invece in Cina è poco conosciuto. In oriente la cultura del vino è per così dire in fase iniziale anche se i cinesi da poco hanno cominciato a produrre il vino più seriamente rispetto agli anni scorsi. Può darsi che la storia si ripeta identica a quanto capitato in altri mercati: cioè, come è successo in America, i cinesi cominceranno prima a bere il vino cinese e gradualmente passeranno al vino straniero. La Cina offre enormi potenzialità. I produttori italiani dovranno attendere con confuciana pazienza.
In questa fase iniziale però i cinesi stanno bevendo francese. Vino, in Cina, è sinonimo di Bordeaux e Lafite. I cinesi stessi producono vitigni francesi dominati da Cabernet, Merlot e Chardonnay, i blend bordolesi e bourgogna. Lo scorso anno un gruppo importante - che ha acquistato 27 chateaux in Francia - mi ha invitato nel nord della Cina per partecipare a un summit. Incredibile ma vero: mi hanno chiesto se gli italiani producessero anche vino.
Come mai dunque si beve francese e non italiano?
Il vino italiano all'estero è simile agli italiani, al suo popolo: è molto creativo. Non è un caso che nella moda, nel design come nella cucina gli italiani siano eccellenti. Il fatto è che siete anche un popolo di individualisti e questa caratteristica si riflette nel modo frammentato in cui viene rappresentato il territorio, nella mancanza di un vero e proprio “sistema Paese”.
Quali sono gli errori che le aziende commettono proponendosi ad altri mercati?
Uno su tutti: pensano che il vino italiano non sia complicato da capire. È l'esatto contrario. Io, che non provengo dal mondo del vino, preciso sempre di non essere nel modo più assoluto un'esperta. Riesco a semplificare, a trasmettere con un linguaggio facile cosa sia il vino anche a chi non ne ha mai sentito parlare. Credo - e questo pensare in grande è un tratto tipicamente newyorkese - di poter fare la differenza proprio perché non sono un'esperta. Una delle chiavi per il successo del vino made in Italy perciò sta nella semplificazione, nel rendere più comprensibile la sua varietà.
Di che cosa, invece, dobbiamo andare orgogliosi?
Della stessa varietà! I blend francesi sono basati su pochi vitigni, noi invece in Italia ne abbiamo quasi seicento. Una grande differenza. Poi del fatto che il vino italiano batte il vino francese in termini di prezzo/qualità. Come Vinitaly International cerchiamo di utilizzare come leva la moda e la cucina, due categorie in cui siamo abbondantemente in testa rispetto ai nostri cugini d'Oltralpe. È lo “stile italiano” che oltremare suscita ammirazione, che ha appeal, ed è questo che dobbiamo veicolare.
Con quali strategie Vinitaly International si muove per ampliare le opportunità di export per le imprese italiane?
Vinitaly International è l'ambasciatore del vino italiano nel mondo. Il nostro compito è facilitare la collaborazione e la comunicazione tra i produttori italiani e gli attori principali del settore vinicolo. Oltre a seminari, corsi, tavole rotonde, degustazioni, abbiamo lanciato una campagna forte sui social media del tipo Weibo e Wechat (in Cina perché Twitter, Facebook, Youtube sono censurati) una programmazione di e-commerce sul Vinitaly wine club, ma soprattutto quello che serve è un presidio costante sul territorio non solo interventi a spot. Serve programmazione per dare continuità alla comunicazione che non può essere incentrata solo un evento, uno showcase ma deve esserci prima, durante e dopo. Ci teniamo a creare rapporti di comunicazione e co-marketing con i key players e gli opinion makers locali, non limitandoci all'evento singolo, ma mantenendo aperto il dialogo durante il corso dell'anno. Far vendere una bottiglia in più rimane sempre il nostro obiettivo.

Silvia Castagna
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