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Olimpiadi a Vancouver

11.02.2010

«Una città pacifica ma ora c'è il rischio che finisca sconvolta»

Anna Zampieri riceve l’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana
Anna Zampieri riceve l’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana

Il cuore e l'anima divisi in due. Una parte nella sua Vicenza, l'altra nella sua Canada, quella dei migranti italiani, della comunità che ha contribuito a rendere la città di Vancouver tra le più vivibili del mondo.
Uno sviluppo a cui anche i vicentini hanno contribuito. La storia di Anna Maria Zampieri non è una storia comune, se non altro per il mestiere che la signora, classe '33, ha sempre portato avanti con dedizione. Il mestiere del giornalista, il compito di osservare, valutare e raccontare.
Primogenita degli otto figli del notaio Giuseppe Zampieri, che fu sindaco di Vicenza dal 1948 al 1958 e senatore nel decennio successivo, Anna Maria divenne esponente del movimento studentesco cattolico durante gli anni del liceo e della facoltà di giurisprudenza. Iniziò a collaborare con le testate cittadine e fece parte dell'Associazione vicentina della stampa e del sindacato giornalisti delle Venezie. Fu, tra l'altro, cofondatrice e collaboratrice di "Forme", una rivista di design e arte industriale.
Negli anni delle scuole superiori fondò il giornale studentesco "Ottoedieci" del liceo Pigafetta. Si sposò nel 1963 con Mario Pan, imprenditore, con cui ebbe tre figli e all'inizio degli anni Ottanta emigrò con la famiglia in Canada, a Vancouver, dove riprese la professione di giornalista, dedicando il suo lavoro a temi di emigrazione e la sua ricerca alle comunità di emigrati italiani: non solo in British Columbia, ma lungo gran parte delle coste del Pacifico. Dal 1983 al 1990 diventò il direttore del settimanale l'Eco d'Italia.
Anna oggi è un punto di riferimento per tutti gli italiani in Canada, ma le origini non le dimentica, così come non ha perso di vista i vicentini in gara a Vancouver: «Farò certamente il tifo per Fabris e Stefani, anche se lo sport per me è legato ai tempi del grande ciclismo, di Bartali e Coppi per intenderci.... e del Vicenza di Savoini».
«Vicenza è la città in cui sono nata e vissuta, la città che mio padre mi aveva insegnato ad amare sopra ogni altra Di Vicenza ricordo tutto, ma proprio tutto, com'era prima e dopo i bombardamenti, come si è risollevata, le sue relative traformazioni nel tempo, e poi la magia indelebile del suo centro storico.... gli scorci straordinari di corso Palladio, di via Fogazzaro, di via Porti. Tutto il resto viene dopo: piccolezze, meschinità, pettegolezzi, rivalità cretine.... Vicenza è casa mia, ci torno e ritorno senza stanchezza».
Così come nel cassetto dei ricordi restano gli anni della contestazione, vissuta da studente del Pigafetta. «C'era sì anche qualche contestazione, ma eravamo fondamente seri ed impegnati, c'era rispetto tra noi nonostante le diverse origini di famiglia e i differenti orientamenti ideologici.... Il movimento studentesco non era piazzaiolo, rispettavamo i nostri insegnanti anche quando certi programmi non ci facevano comodo».
L'oggi invece si chiama Olimpiade, milioni di occhi puntati sulla città e un equilibrio perfetto messo a rischio. «Sinceramente, avrei preferito che le Olimpiadi non venissero a sconvolgere il pacifico clima della mia Vancouver. C'era stata già Expo 86 a lanciare l'immagine di Vancouver nel mondo. Bastava. Ma "cosa fatta capo ha" e occorre cogliere il lato positivo della medaglia. Vancouver è "città di pace" per vocazione, posizione geografica, composizione interetnica e multiculturale. Perciò alle migliaia di atleti e loro accompagnatori, ai milioni di visitatori di passaggio, ai diecimila operatori della stampa accreditati per l'evento, Vancouver sta dando un caloroso benvenuto. Come ogni altra metropoli del mondo, dietro la sua magnificenza Vancouver nasconde alcune piaghe di miseria materiale e morale difficili da curare, anche se i suoi amministratori e i suoi cittadini più consapevoli, sensibili alle sofferenze del prossimo, stanno faticosamente dedicandovisi. Mi auguro che tutto questo, il bello e il brutto, sia riportato con equilibrio e verità, senza calcare la mano sullo spettacolare o sullo sconcertante».

Eugenio Marzotto
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