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Viaggi & Turismo

26.02.2020

Il giro del mondo
in un museo a Parma
capitale della cultura

Il simbolo del tao, "la via", al centro di una delle sezioni del museo
Il simbolo del tao, "la via", al centro di una delle sezioni del museo

Parma capitale italiana della cultura 2020 ha un museo in più. Era solo una raccolta corposa di oggetti frutto dei viaggi dei missionari saveriani, oggi è diventato il Museo d'Arte Cinese ed Etnografico, via San Martino 8. Un luogo dove fare il giro del mondo, con un allestimento moderno e funzionale. 

 

Inaugurato a fine gennaio, il Museo racconta i popoli dell'Oriente attraverso gli abiti, gli utensili, le ceramiche: e nella prima mostra - accanto all'allestimento permanente - col titolo "Mode nel mondo" il focus sono stoffe e ornamenti.

Il Paese più rappresentato è la Cina, il legame storico ci sta tutto: i religiosi sono stati fondati nel 1895 dal beato parmense Guido Conforti, che si era ispirato all'attività di san Francesco Saverio, morto giovane in Cina durante il suo apostolato. Sono cinesi gli abiti delle liturgie taoiste, ben rappresentato il qipao, indossato dalle donne, e i costumi usati sulle scene teatrali; accanto vi sono le scarpette con tacco a zoccolo, e il collare in tubolare che è un ornamento per le nozze, con il drago simbolo di fertilità per il maschio.

 

È cinese il pezzo più bello e imponente: un abito di corte dell'epoca Qing, detto Longpao, l'abito dei draghi. Giapponesi sono le giacche in seta Haori nelle vetrine, e così l'Hakama, abito maschile le cui pieghe rappresentano i 5 principi, e i kimomo femminili.

 

L'arcipelago dell'Indonesia è rappresentato da scialli Batak da Sumatra e abiti maschili. Ampio spazio anche per l'Africa a partire dal Sudan, di cui sono conservati zucchetti, scarpe e babbucce tribali; dal Ghana con le sete da cerimonia della tribù Ashanti; dal Burkina Faso con tuniche e pantaloni; dal Camerun con le collane Kweyma KJella e le cavigliere decorate a testa di uccello. Un burqua troneggia a rappresentare la vita delle musulmane in Bangladeh. Tra i reperti del Sudamerica, è rappresentato il popolo Kayoapò che si veste dipingendo il corpo e ornandolo di piume e fibre vegetali.

 

Come spiega padre Alfredo Turco, direttore del museo, la collezione obbedisce ad un invito che fu dello stesso fondatore padre Conforti: dal 1901 i missionari raccolgono i doni ricevuti dai popoli tra i quali hanno operato, perchè le tradizioni culturali ed etnografiche diventino veicolo di conoscenza. Numerosi gli eventi in cantiere oltre ai laboratori didattici.

 

Il 18 e 19 marzo alle 21 il museo dedicherà due serate musicali al deserto: arriva Vieux Farka Touré, il Jimi Hendrix delle sabbie, musicista del Mali e delle terre dove è nato il blues, figlio di Ali Farka Touré, grande innovatore nell'uso della chitarra. Vieux è considerato oggi il miglior chitarrista africano (biglietti 15/10 euro).

 

Dal 4 aprile al 2 giugno si terrà un progetto sulla luce in cui un artista mostrerà al pubblico come i vestiti non siano solamente componente multietnica ed etnografica, ma esprimano le caratteristiche morfologiche e metaforiche del corpo che le indossa.

 

Il sito del museo è www.museocineseparma.org.; aperto da martedì a domenica, biglietto 3 euro.

Nicoletta Martelletto
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