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27.08.2012

«Il concorso
non premia
gli insegnanti
migliori»

Insegnante a scuola
Insegnante a scuola

A pochi giorni dall'inizio della scuola, il governo decide di allargare i cordoni della borsa, con l'indizione di un nuovo concorso per i docenti. Dopo diversi pasticci, come i tirocini formativi (Tfa), e le mezze promesse, cioè la bozza sulla valutazione delle scuole e le prove Invalsi all'esame di maturità, il governo sceglie una strada già battuta, anche se con alcune novità. Ma, devo essere sincero, non credo più ai maxi-concorsi. Per qualsiasi professione. Preferisco invece tutte quelle iniziative che garantiscono la stretta vicinanza tra ruoli professionali e servizio agli utenti. Come non credo più, per questi ed altri “ruoli pubblici”, al valore taumaturgico dello Stato e delle sue propaggini amministrative.
SUSSIDIARIETÀ. Credo, invece, che dovremmo prendere sul serio il nuovo Titolo V della Costituzione (legge n. 3 del 2001), e consentire con legge dello Stato, una volta stabiliti gli standard nazionali ed un ruolo “terzo" del corpo ispettivo, alle singole regioni, come già avviene nelle province autonome di Trento e Bolzano, di indire concorsi pubblici, aperti a tutti, ma vincolati alla copertura dei posti della sola regione prescelta, senza quelle furbate già troppe volte denunciate: perché il rigore del Veneto deve essere aggirato dal lassismo di altre regioni? Sussidiarietà significa rimettere al centro anche nel mondo della scuola gli enti locali, e non più lo Stato-Tutto. Proviamo a pensare, anche per i concorsi pubblici, a cosa significa democrazia reale: se, in una scuola, docenti o presidi o bidelli non funzionano, perché non dare il potere ai rappresentanti dei cittadini in loco, a seguito degli esiti di un sistema di valutazione, anche di chiudere una scuola, di licenziare chi non funziona?
CONCORSI. Questo significa realizzare in concreto il valore pubblico del servizio scolastico, togliendolo da una sorta di aureola mistico-statalista, quella che ancora oggi produce situazioni imbarazzanti, perché nelle scuole tutti sanno chi sono i bravi docenti (la grande maggioranza), e tutti sanno che i concorsi di vecchio stampo non selezionano i migliori insegnanti. Questa è la scuola reale, sconosciuta al Miur, cioè ai tecnici ministeriali ed anche al “governo tecnico”. Un concorso indistinto aperto a tutti, cioè un concorso ordinario, senza questo nuovo scenario, non farebbe altro che riprodurre all'infinito i soliti mali, anche se darebbe una chance ai giovani in gamba, immolati alla speranza di agguantare un posto (12 mila) su 300 mila aspiranti.
Non ha più senso un maxi-apparato come il nostro Miur, che al mondo è secondo, come agenzia di lavoro, solo dopo il Pentagono. Noi dobbiamo uscire dai vecchi vizi assistenzialistici, quelli che hanno sino ad ora impedito di pensare alle riforme della scuola non a partire dal meglio per i nostri studenti, ma solo sui compromessi sugli organici. È ad esempio serio che il Miur continui a ignorare che il cambio di supplenti degli ultimi anni, a scuola già iniziata (“fino agli aventi diritto"), in barba alla continuità didattica e al bene dei nostri studenti, è un vulnus che va sradicato? Ci vuole molto a scandire in modo tempestivo i tempi, nel rispetto della scuola reale? Il peccato originale è presto detto: è la realtà che si deve conformare alle norme, o non sono piuttosto le norme che devono incanalare il dinamico principio di realtà verso nuove prospettive di “convivenza", cioè di “condivisione democratica"?
AUTONOMIA SCOLASTICA. L'autonomia scolastica deve diventare la vera cerniera tra cittadini e istituzioni: perché allora non pensare a reti locali di scuole che mettono a bando posti di docenti, presidi, ata, con una commissione mista scuola-territorio? Un piccolo passo in avanti lo troviamo nel testo della Spending Review. Ma non ha senso, nello stesso tempo, inserire la scuola, come vuole il ministro Patroni Griffi, nello “sportello unico" della prefettura, cioè considerare la scuola come una mera struttura periferica dello Stato centralizzato. Un vecchio vizio italico. Le scuole, in poche parole, devono diventare “scuole delle comunità locali". In più: noi dobbiamo fare in modo che i giovani in gamba scelgano la scuola come professione, come prima opzione, e con stipendi adeguati, se giudicati bravi. C'è il rischio reale di scuole ed enti locali che, in stile mafioso, imbroglino le carte? Qui deve essere chiaro il ruolo del corpo “terzo" degli ispettori, ed i cittadini vanno poi aiutati perché possano pretendere qualità e trasparenza anche del servizio scolastico.
QUALITÀ. Ha ancora senso regalare tanti cento e lode a maturità in alcune regioni, se poi questi voti non sono accompagnati da una reale preparazione, da competenze accertabili? Ha senso vedere tanti giovani con titoli di studio senza mercato del lavoro? Perché non intervenire più concretamente nel reale orientamento scolastico, cosa che solo le reti di scuole possono realizzare, con un Pof (Piano dell'offerta formativa) condiviso e multi-facce? La trasparenza e il principio di responsabilità, nel rispetto delle regole, anche in questi casi sono il cuore della democrazia reale. Questa è la “buona politica" che manca all'Italia.
Non hanno più senso le obiezioni del tipo: «Ma le scuole garantiranno un cattivo servizio, se lasciate agli enti locali...». Allora verrà fuori la differenza tra buona scuola e cattiva scuola. Ognuno, come è giusto, sia un po' artefice del proprio destino. Cioè la sana etica della responsabilità personale e sociale. Che vale per tutti, al Nord come al Sud. I docenti andranno assunti a livello regionale e locale, con un sistema di valutazione non solo all'inizio della carriera, ma in itinere. Lo stesso per i presidi e per il personale non docente. E non dovrà più esserci separazione tra direzione regionale dipendente dal ministero e la stessa Regione.
*Preside del Liceo Brocchi di Bassano
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Gianni Zen*
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