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L'iniziativa del GdV

28.02.2017

Real 40, Vito Callioni

Non tragga in inganno il nome di battesimo, perché Vito Callioni è un solido bergamasco nato a Guzzanica, frazione di Stezzano e oggi di Dalmine, e residente a Castel Rozzone, due passi da Treviglio. «Mi chiamarono così perché la chiesa parrocchiale era dedicata a San Vito. E per ricordare mio nonno». Sessantanove anni, vive ancora di calcio ma non ama i ricordi, i “come eravamo”. Eppure, quando scendi nei dettagli, i tratti da pistolero, addolciti dall’affetto delle sue donne, la moglie Monica, due figlie e tre nipotine, si sciolgono in un sorriso. 

 

Allora Callioni, se la ricorda la filastrocca?
«Quale filastrocca?».

Galli, Lelj, Callioni...
(ride) «Sì certo, ce la dividevamo io e Marangon. Con Luciano ci aiutavamo, certo ognuno di noi voleva giocare alla domenica ma abbiamo sempre avuto grande rispetto reciproco».

Sente ancora qualche ex compagno di quel Vicenza da sogno?
«Mi chiama spesso Giorgio Carrera e sono rimasto in contatto con Lelj, ma io non amo gli amarcord. La mia filosofia è sempre stata quella di guardare avanti». 

Anche da calciatore, visto che da terzino destro non disdegnava di buttarsi in avanti. 
«Bisogna dire due cose: in realtà all’Atalanta, dove ho fatto tutta la trafila giovanile, mi facevano giocare attaccante per la potenza di tiro. Avevo facilità di calcio con entrambi i piedi. Quando partii per il militare fui dato in prestito allo Spezia, dove, per i primi 3 anni, giocai da esterno d’attacco. Poi un giorno il tecnico mi chiede di arretrare a centrocampo e di lì in difesa».

Va a Como, dopo un anno è ceduto al Torino, poi 13 partite nel Vicenza, Sampdoria e ritorno al “Menti”. 
«Questa è la seconda cosa che mi ha cambiato ruolo e modo di giocare. A parte il fatto che in campo ho ricoperto tutti i ruoli, portiere a parte, ebbi la fortuna di poter sviluppare le mie caratteristiche con Fabbri».

Che ricordo ne ha?
«Grande allenatore, era avanti di 50 anni. Il Vicenza giocava allo stesso modo dei migliori club d’Europa di oggi. Sapeva valorizzare le caratteristiche di ognuno. A me piaceva lanciarmi in attacco e tenga presente che allora i compiti erano canonici, bloccati. Fabbri ribaltò questa filosofia, anche se il terminale di tutto era Paolino».

Paolino?
«Rossi».

La più grande soddisfazione calcistica?
«Proprio quel secondo posto. Ma soprattutto il modo in cui è arrivato. Noi giocavamo bene perché ci divertivamo, andavamo senza paura in tutti gli stadi e vincevamo quasi sempre. Penso che nel calcio professionistico attuale sia difficilissimo divertirsi come abbiamo fatto noi. Fabbri ci teneva sereni: “Se siete già carichi - diceva - vi innervosite e non fate più quello che abbiamo preparato”. Una lezione che abbiamo fatto nostra subito».

Dopo i biancorossi, Reggiana e Livorno. Nell’81 chiude.
«Il fallimento dei labronici mi convinse che era tempo di tornare a casa. Qui ho cominciato a fare il giocatore-allenatore anche perché volevo toccare con mano la realtà della panchina. Dopo un po’ ho smesso per dedicarmi ai giovani. Ho fatto tutte le categorie».

Ma è vero che a Piacenza ha avuto un tale Pippo Inzaghi?
«Nella squadra Allievi. Quando l’ho visto ho pensato a Paolino. Stessi movimenti, stessa capacità di trasformare una palla vagante in un gol. Mi dissi: se non si perde e va in A ne sentiremo parlare a lungo».

Cinque anni in Emilia, poi torna a casa.
«Avevo iniziato da qualche tempo a fare l’assicuratore. Ero in società ma un giorno mi si prospetta l’opportunità di mettermi da solo. Era il mio sogno, ma questo mi costrinse a scegliere tra i viaggi a Piacenza e la sicurezza del lavoro. Avevo due figlie, così mi fermai per due anni».

Lei non è stato mai con le mani in mano.
«Nooo. Da calciatore ho fatto un corso di fotografia e sviluppavo in bianco e nero, ho imparato a suonare la chitarra, mi sono specializzato nel modellismo navale ed oggi faccio mosaici e dipingo vetrate. Mi diverto, insomma». 

Continuando ad allenare...
«Sì, i piccoli dalla scuola calcio agli Esordienti. E sa perché? Perché imparano». 

 

Roberto Luciani
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